Il Parlamento inglese accusa Pechino di genocidio

Pubblicato il 23 aprile 2021 alle 10:30 in Cina UK

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Il Parlamento inglese, il 22 aprile, ha passato una mozione non vincolante nella quale è stato affermato che gli uiguri e altre minoranze etniche nella regione cinese dello Xinjiang stiano subendo crimini contro l’umanità e genocidio. La mozione non ha definito la posizione del governo di Londra sulla situazione ma ha comunque attirato critiche dalla Cina che ha accusato la parte inglese di aver interferito nei propri affari interni e di utilizzare la questione degli uiguri come scusa.

Con il voto del 22 aprile, il Parlamento inglese ha richiesto al governo del premier Boris Johnson di adempiere ai propri obblighi in base alle convenzioni delle Nazioni Unite in materia, per interrompere quanto sta accadendo nello Xinjiang. Il ministro per l’Asia del governo inglese, Nigel Adams, ha risposto alla mozione affermando che siano i tribunali come la Corte Internazionale di Giustizia e il Tribunale Penale Internazionale a dover dichiarare casi di genocidio in base a prove e seguendo standard legali che “sarebbero incredibilmente difficili da attuare”. Per tali motivazioni, Adams ha dichiarato che il governo inglese non ritenga giusto che sia un esecutivo a dover giungere a tali conclusioni. Adams ha, però, ribadito la “grande preoccupazione” del governo inglese per le violazioni dei diritti umani nello Xinjiang e ha chiesto alla Cina di consentire l’accesso ad investigatori indipendenti dell’Onu alla regione.

Il portavoce dell’ambasciata cinese a Londra, da parte sua,  ha rilasciato una dichiarazione di condanna lo stesso 22 aprile. Pechino ha affermato che l’accusa di “genocidio” sia una grande bugia che viola la legge internazionale, nonché una calunnia dello sviluppo dello Xinjiang e delle politiche adottate dalla Cina in loco. L’ambasciata ha ribadito che nessun Paese, organizzazione o persona abbia le qualificazioni o il potere di stabilire che altri Paesi siano colpevoli di genocidio. Il portavoce ha quindi ricordato che la questione dello Xinjiang riguardi la lotta al terrorismo violento, alla radicalizzazione e al separatismo, fatti che implicano la sovranità, l’integrità territoriale e la sicurezza nazionale della Cina. L’ambasciata ha quindi ricordato che, per quattro anni consecutivi, nello Xinjiang non si sono verificati casi di terrorismo violento e la regione è progredita sotto vari aspetti, nel rispetto delle varie minoranze etniche presenti. Per la Cina, le accuse di violazione dei diritti umani nello Xinjiang sono tentativi di manipolazione politica.

Prima del Parlamento di Londra, mozioni analoghe erano state approvate anche dai parlamenti dei Paesi Bassi e del Canada, i cui membri di governo si sono astenuti o hanno votato contro, mentre in Belgio, Giappone e Italia sono state finora solamente presentate. Gli USA, invece, lo scorso 19 gennaio, sono stati, invece, il primo Paese ad accusare formalmente la Cina di genocidio e crimini contro l’umanità nei confronti della minoranza musulmana uigura nella regione dello Xinjiang. Tale posizione era stata adottata dall’amministrazione dell’ex presidente statunitense, Donald Trump, ad un giorno dall’insediamento di Joe Biden alla Casa Bianca. Anche quest’ultimo ha però deciso di mantenere tale posizione.

Secondo Paesi per lo più occidentali, la Cina avrebbe perpetrato violazioni dei diritti umani della minoranza turcofona e musulmana degli uiguri, e non solo, nella regione dello Xinjiang, adottando politiche di repressione nei loro confronti che prevedono anche i lavori forzati. In base a stime di Human Rights Watch (HRW), poi, Pechino avrebbe rinchiuso almeno un milione di uiguri in campi rieducativi, avrebbe causato scomparse, torturato gli uiguri in custodia delle proprie autorità e portato avanti processi poi conclusi in sentenze di morte. Alcuni gruppi di attivisti hanno affermato che Pechino stia cercando di indottrinare gli uiguri con l’ideologia comunista facendoli rinunciare alle tradizioni islamiche, per cancellarne la cultura e l’identità.

Il governo di Pechino, però, ha sempre negato qualsiasi forma di oppressione nei confronti degli uiguri e ha giustificato l’istituzione dei cosiddetti “campi di educazione e addestramento” nello Xinjiang sostenendo che servano a frenare e arginare movimenti separatisti, violenti ed estremisti compiuti da alcuni membri della minoranza turcofona uigura nello Xinjiang. In particolare, per Pechino, tra gli uiguri vi sarebbero dei militanti coinvolti nell’organizzazione terroristica East Turkestan Islamic Movement (ETIM), fondata nel 1993 da gruppi di jihadisti di etnia uigura provenienti proprio dalla regione autonoma cinese dello Xinjiang, il cui obiettivo sarebbe quello di istituire uno Stato islamico indipendente nel Turkestan dell’Est, termine utilizzato oggi dai separatisti per riferirsi allo Xinjiang.

Le tensioni sulle questioni degli uiguri tra la Cina e alcuni Paesi occidentali sono aumentate quando, nel mese di marzo 2020, il Regno Unito, il Canada e l’Unione europea (UE) si sono unite agli USA nell’imporre sanzioni contro individui e organizzazioni accusate di essere coinvolte nella violazione dei diritti umani nello Xinjiang. Pechino aveva quindi risposto adottando a sua volta sanzioni.

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

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