Xinjiang: le esportazioni verso gli USA aumentano del 113%

Pubblicato il 22 aprile 2021 alle 15:41 in Cina USA e Canada

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Le esportazioni di beni dalla regione autonoma uigura dello Xinjiang verso gli Stati Uniti nel primo trimestre del 2021 sono aumentate del 113% rispetto allo stesso periodo del 2020, per un valore totale di 64,4 milioni di dollari. Tale risultato è stato raggiunto nonostante l’imposizione di limiti e sanzioni sugli scambi di Washington con lo Xinjiang, per questioni relative al trattamento dei diritti umani da parte cinese.

Considerando l’impatto della pandemia di coronavirus sui dati relativi al primo trimestre del 2020 e andando quindi a confrontare i dati del 2021 con quelli del 2019, è comunque possibile constatare una crescita del 46,5%. Già nel 2020, le esportazioni dallo Xinjiang agli USA erano aumentate del 116%.  Tra i prodotti esportati, vi sarebbero stati soprattutto prodotti chimici e industriali, con la prevalenza di composti eterociclici e amminoacidi, mentre solamente una minima parte sarebbe stata rappresentata da indumenti. L’aumento in questione ha confermato un trend in crescita delle esportazioni e delle importazioni cinesi generale, che, nel primo trimestre del 2021, hanno raggiunto un valore complessivo di 8,47 trilioni di yuan.

Le esportazioni dallo Xinjiang rappresenterebbero solamente una minima parte del totale dei beni venduti agli USA dalla Cina, che nel primo trimestre hanno raggiunto un valore complessivo di 119,2 miliardi di dollari. Tuttavia, la loro crescita ha attirato l’attenzione di più osservatori visto che Washington ha cercato di limitare gli scambi con tale regione della Cina. In generale, le esportazioni dallo Xinjiang verso il resto del mondo sono aumentate del 33,75% nel primo trimestre del 2021 rispetto al 2020 ma sono diminuite del 6% rispetto al 2019 e il primo Paese di destinazione è stato il Kazakhistan. Tra le destinazioni che hanno registrato, invece, un maggior calo vi è stata la Germania, dove le esportazioni dallo Xinjiang sono diminuite del 74%.

Lo scorso gennaio, gli Stati Uniti hanno proibito le importazioni di cotone, pomodoro e prodotti derivanti dalla loro lavorazione realizzati nello Xinjiang in quanto, nella catena di approvvigionamento della regione cinese, vi sarebbero stati casi di lavori forzati e violazione dei diritti umani. Prima ancora, il 3 dicembre scorso, Washington aveva inserito in una lista nera una serie di soggetti e aziende coinvolti nella violazione dei diritti delle minoranze etniche musulmane, proibendo anche l’ingresso nel proprio territorio di cotone prodotto nei Xinjiang Production and Construction Corps della regione autonoma dello Xinjiang. Quest’ultima  è uno tra i maggior centri di produzione di cotone in tutta la Cina e nei Xinjiang Production and Construction Corps viene prodotto 1/3 del cotone realizzato nel Paese, che è strettamente collegato alla catena di produzione tessile cinese e non solo. Dopo le misure adottate da Washington, anche l’Unione europea (UE), il Regno Unito e il Canada avevano imposto sanzioni contro la Cina per la questione dello Xinjiang.

Analisti citati da South China Morning Post hanno affermato che i dati potrebbero essere analizzati da varie prospettive e tra le possibili interpretazioni vi potrebbe essere un aumento della richiesta in vista di un più ampio bando alle importazioni statunitensi dallo Xinjiang. Una legge in tal senso è al momento in fase di discussione al Senato statunitense che stabilirà se proibire o meno tutti i beni provenienti da tale regione a meno che non venga garantito il rispetto di certe misure in materia di diritti umani.

Secondo Paesi per lo più occidentali, la Cina avrebbe perpetrato violazioni dei diritti umani della minoranza turcofona e musulmana degli uiguri, e non solo, nella regione dello Xinjiang, adottando politiche di repressione nei loro confronti che prevedono anche i lavori forzati. In base a stime di Human Rights Watch (HRW), poi, Pechino avrebbe rinchiuso almeno un milione di uiguri in campi rieducativi, avrebbe causato scomparse, torturato gli uiguri in custodia delle proprie autorità e portato avanti processi poi conclusi in sentenze di morte. Alcuni gruppi di attivisti hanno affermato che Pechino stia cercando di indottrinare gli uiguri con l’ideologia comunista facendoli rinunciare alle tradizioni islamiche, per cancellarne la cultura e l’identità. Tutte tali accuse sono culminate lo scorso 19 gennaio, quando Washington ha accusato Pechino di genocidio e crimini contro l’umanità per il trattamento riservato agli uiguri e ad altre minoranze dello Xinjiang. Gli USA avevano quindi adottato varie sanzioni contro soggetti cinesi, da aziende a politici.

Il governo di Pechino, però, ha sempre negato qualsiasi forma di oppressione nei confronti degli uiguri e ha giustificato l’istituzione dei cosiddetti “campi di educazione e addestramento” nello Xinjiang sostenendo che servano a frenare e arginare movimenti separatisti, violenti ed estremisti compiuti da alcuni membri della minoranza turcofona uigura nello Xinjiang. In particolare, per Pechino, tra gli uiguri vi sarebbero dei militanti coinvolti nell’organizzazione terroristica East Turkestan Islamic Movement (ETIM), fondata nel 1993 da gruppi di jihadisti di etnia uigura provenienti proprio dalla regione autonoma cinese dello Xinjiang, il cui obiettivo sarebbe quello di istituire uno Stato islamico indipendente nel Turkestan dell’Est, termine utilizzato oggi dai separatisti per riferirsi allo Xinjiang.

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

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