Balcani: il caso del “non-paper” della Slovenia che vuole dividere la Bosnia

Pubblicato il 22 aprile 2021 alle 15:56 in Balcani Slovenia

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Il primo ministro della Solvenia, Janez Jansa, è stato recentemente travolto da una vicenda che ha riguardato un presunto documento non ufficiale, consegnato tra fine febbraio e inizio marzo al Consiglio europeo, in cui viene presentato un controverso piano di ridefinizione dei confini nei Balcani. Il primo ministro ha smentito a più riprese l’esistenza di un simile paper che, se effettivamente in circolo negli ambienti UE, rischia di riaccendere i timori di un nuovo conflitto nella regione. 

Il cosiddetto “non-paper” della Slovenia, il Paese che guiderà per il prossimo semestre la presidenza dell’Unione, suggerirebbe di rivedere i confini disegnati nel 1995 dagli accordi di pace di Dayton e di risolvere le “questioni irrisolte” tra serbi, croati e albanesi. Per farlo, si propone di “dissolvere pacificamente” la Bosnia-Erzegovina e di ridurla a un terzo delle sue attuali dimensioni. In questo modo, Serbia, Croazia e Albania verrebbero ampliate per inghiottire parti della vicina Bosnia, ma anche della Macedonia del Nord e del Kosovo.

L’idea, che è già stata ampiamente criticata da più parti nella regione, è quella di continuare dove si sono fermate le guerre jugoslave e creare Stati mono-etnici, in diretta contraddizione con gli sforzi dell’UE e di altri Paesi intenzionati a promuovere un multiculturalismo nei Balcani occidentali. Nello specifico, il documento suggerisce che la Serbia assorba l’entità della Republika Srpska, una delle due principali unità amministrative della Bosnia, a maggioranza etnica serba, che i cantoni croati della Bosnia si uniscano alla Croazia e che l’Albania integri le aree a maggioranza albanese in Kosovo e Macedonia del Nord. La regione, a maggioranza etnica serba, nel Nord del Kosovo otterrebbe diritti speciali di auto-amministrazione.

Secondo quanto reso noto dal sito Politicki.ba, che cita fonti a Lubiana e Bruxelles, il “non-paper”, che, in gergo diplomatico, rappresenta un insieme non ufficiale di vari punti di discussione condivisi in modo confidenziale tra governi o istituzioni, avrebbe avuto origine dall’ufficio del primo ministro sloveno Jansa. Tuttavia, l’idea sembra essere stata precedentemente sollevata dal presidente sloveno, Borut Pahor, durante una visita in Bosnia, a inizio marzo. Šefik Džaferović, uno dei tre presidenti della Bosnia, ha riferito ad Euronews che Pahor aveva accennato alla ridefinizione dei confini del Paese in quell’occasione. 

“Il presidente sloveno ha affermato che in alcuni ambienti dell’UE ci sono persone che pensano che sia necessario ‘finire il processo di dissoluzione della Jugoslavia’ prima di procedere con l’integrazione dei Balcani occidentali nell’Unione Europea”, ha dichiarato Džaferović, continuando: “Ho risposto dicendo che il processo di dissoluzione della Jugoslavia era di fatto concluso. Poi il presidente sloveno ci ha chiesto se fosse possibile una dissoluzione pacifica della Bosnia e sia Komšić che io abbiamo risposto che coloro che stanno promuovendo tali idee stanno spingendo questo Paese e la regione in guerra”. Željko Komšić è il membro croato della presidenza bosniaca. Per Džaferović, in conclusione, il documento rappresenta un “chiaro tentativo di destabilizzare la Bosnia-Erzegovina e l’intera regione dei Blacani”.

L’ufficio di Pahor, smentendo le accuse, ha dichiarato che il presidente sloveno è un fermo sostenitore del vicino bosniaco e della sua integrità territoriale. “La presidenza mette regolarmente in guardia contro le idee sulla disintegrazione della Bosnia-Erzegovina e il ridisegno dei confini nei Balcani occidentali”, si legge nella dichiarazione, citata da Euronews. Tuttavia, nel settembre 2020, durante una visita in Macedonia del Nord, Pahor aveva sollevato già l’idea di cambiamenti tra i confini della regione. Durante il suo discorso al Parlamento macedone, il presidente sloveno aveva affermato che “potrebbe eventualmente prevalere nella regione la convinzione che la disintegrazione dell’ex Jugoslavia non sia ancora completa e che i confini etnici dovrebbero essere stabiliti al posto di quelli esistenti”.

Il premier albanese, Edi Rama, dal canto suo, ha confermato l’esistenza del controverso “non-paper”. “L’ho visto”, ha detto il primo ministro parlando al canale televisivo Vision Plus, mentre discuteva delle imminenti elezioni parlamentari in Albania. “Ho parlato con il premier sloveno qualche tempo fa. Gli ho parlato dell’idea in generale e ho visto il documento”, ha aggiunto. 

Il punto che ha ricevuto le maggiori critiche è stato quello sulla riduzione della Bosnia-Erzegovina a circa un terzo delle sue dimensioni, una questione che implica la scelta “tra un futuro UE e uno non UE”. Il commento è stato ampiamente ritenuto discriminatorio nei confronti dei bosniaci musulmani. Per Kurt Bassuener, senior associate presso il Democratic Policy Council, un think tank con sede a Berlino, il punto richiama elementi islamofobici, soprattutto suggerendo che una Bosnia, così divisa, potrebbe allinearsi alla Turchia piuttosto che all’UE. “Qui si vede un chiaro indizio della volontà di Jansa di unirsi ai ranghi dei politici di destra, che attaccano i migranti e i musulmani, in altri Stati dell’UE come l’ungherese Orban o il polacco Duda”, ha affermato Bassuener.

Dopo le guerre della ex-Jugoslavia del 1991-95, la Bosnia-Erzegovina è diventata una federazione formata da due entità quasi indipendenti: la federazione Bosniaco-Croata, composta prevalentemente da bosniaci musulmani e croati e la Republika Srpska, a maggioranza serba. Le due entità hanno ciascuna un proprio ordinamento, che conta un governo, istituzioni e forze di polizia separate, ma entrambe sono unite da un governo centrale, con una presidenza a rotazione di tre persone ricoperta da un bosniaco, un croato e un serbo.

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Chiara Gentili

di Redazione

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