Il livello della diplomazia italiana è alto?

Pubblicato il 21 aprile 2021 alle 10:25 in Il commento Italia

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Il livello della diplomazia italiana è alto? A questa domanda, che proviene dai lettori, non è facile rispondere perché la diplomazia si compone di centinaia di persone. Eppure, una risposta è necessaria perché la diplomazia è patrimonio nazionale di un Paese. Proveremo a rispondere ponendo a confronto la diplomazia dell’Italia con quella dell’Oman, che hanno lo stesso ruolo di Paesi promotori della pace in regioni differenti. L’Oman persegue la pace con coraggio e intraprendenza, rischiando di inimicarsi persino gli alleati. L’Oman sta producendo uno sforzo enorme per la pace in Siria e in Yemen, che gli è valso un ringraziamento ufficiale del segretario generale dell’Onu. Il 22 marzo, l’Oman ha ricevuto il ministro degli Esteri della Siria, Faisal Mekdad. L’Oman è un alleato di ferro degli Stati Uniti, eppure riceve un ministro inviso agli americani. L’Oman agisce in questo modo perché sa che chiunque voglia la pace in Siria non può minacciare di portare il presidente siriano, Assad, davanti a un tribunale e condannarlo per l’eternità.

Mentre la diplomazia dell’Oman conduce una politica di pace autonoma, la diplomazia italiana si limita a seguire Stati Uniti, Francia e Inghilterra. Qualcuno obietterà che l’Italia fa parte di un blocco che include quei Paesi. Però anche l’Oman è membro del Consiglio di Cooperazione del Golfo, insieme con Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Bahrein. Quando l’Arabia Saudita combatteva contro Assad, l’Oman gli tendeva la mano in nome della pace. Anche nella crisi tra Arabia Saudita e Qatar, l’Oman ha sviluppato una politica di pace autonoma rispetto al suo blocco e ha pure organizzato i primi dialoghi di pace tra Obama e l’Iran, invisi ai suoi alleati. L’Oman fa parte di un blocco, ma, quando si tratta di promuovere la pace, va per la sua strada.

L’Italia ha la stessa funzione dell’Oman nel sistema internazionale: promuovere la pace. Se però analizziamo il comportamento della diplomazia italiana sui fronti caldi, notiamo un’assenza di iniziative autonome. In Ucraina, Siria e Yemen, la diplomazia italiana non esiste come mente pensante. Un tempo, l’Italia aveva ottimi rapporti con la Siria e conferì persino una medaglia d’onore ad Assad, ricevuto al Quirinale nel marzo 2010. Adesso si limita a ripetere che, per terminare la guerra in Siria, bisogna rimuovere Assad. Ma questo è ciò che dicono Stati Uniti, Francia e Inghilterra. Tutti sanno che una simile proposta implica il proseguimento della guerra.  Dov’è l’autonomia dell’Italia in favore della pace in Siria? Un discorso analogo vale per l’Ucraina. Perché l’Italia non invita il ministro degli Esteri russo a Roma per lanciare il messaggio che è contraria all’escalation a cui stiamo assistendo in quel Paese? Che la diplomazia fornisca consigli illuminati ai governi è un fatto normale nei Paesi democratici, dove i diplomatici si formano in ambienti indipendenti, sviluppando una cultura più elevata di quella della classe politica. Il governo sa che il corpo diplomatico gli è culturalmente superiore e vuole che questa condizione perduri perché si sente tutelato da una massa di persone che sa tante cose più di lui. Ecco perché gli ambasciatori vengono nominati dai governi, ma si formano nelle università. Negli Stati Uniti, il corpo diplomatico ha una certa influenza sul presidente americano. Persino Trump ha dovuto ritirare o ammorbidire certe decisioni dopo che i diplomatici gli avevano spiegato che rischiava di danneggiare gli interessi americani. Il corpo diplomatico italiano non ha consigli da dare al governo Draghi su Ucraina, Siria e Yemen? Eppure, l’unità d’Italia è stata fatta soprattutto con la diplomazia, che, a quei tempi, era tutto un consigliare.

Diventare i migliori nella promozione della pace offre anche vantaggi economici. In qualunque settore raggiunga l’eccellenza, uno Stato trova sempre un guadagno. Se un Paese è leader nel calcio, guadagna tanti soldi; se è leader nel turismo, nell’immigrazione clandestina o nella pace, guadagna bene. Siccome lo Stato è un organismo composto di parti interconnesse, quando si mette in moto, produce guadagni consistenti. La struttura delle relazioni internazionali, sorta dopo la seconda guerra mondiale, impedisce all’Italia di guadagnare dalle guerre. In base al principio della divisione internazionale del lavoro, l’Italia dovrebbe specializzarsi nella pace.

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Alessandro Orsini

Articolo apparso sul “Messaggero”, riprodotto per gentile concessione del direttore.

di Redazione

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