L’Ucraina lancia un appello alla Russia sul Donbass

Pubblicato il 20 aprile 2021 alle 13:35 in Russia Ucraina

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Il vice primo ministro dell’Ucraina, Oleksiy Reznikov, nonché ministro per i territori temporaneamente occupati, ha invitato la Russia, lunedì 19 aprile, a chiarire la sua posizione in merito alla risoluzione del conflitto nel Donbass.

Secondo Kiev, Mosca non ha ancora espresso concretamente il suo punto di vista in merito alla crisi ma si è sempre limitata ad “eludere le domande”. È per questo motivo che l’Ucraina ha ribadito quanto sia importante che il Cremlino determini chiaramente quale posizione intende prendere nei negoziati del Quartetto Normandia, che include Berlino, Parigi, Kiev e Mosca. Vale la pena citare che l’ultimo vertice di tale formato si è tenuto a Parigi, il 9 dicembre 2019. In quell’occasione, le parti avevano adottato un comunicato congiunto in cui si sottolineava l’importanza di osservare le disposizioni degli accordi di Minsk per garantire una risoluzione del conflitto nel Donbass.

Lo stesso 19 aprile, il partito “Servo del popolo”, capeggiato dal presidente dell’Ucraina, Volodymyr Zelensky, ha chiesto al Paese di tagliare i ponti con la Russia. Tali dichiarazioni sono state pubblicate sulla pagina Facebook del deputato, Bogdan Yaremenko. Il partito ha invitato Zelensky a interrompere ogni forma di relazione diplomatica con Mosca e a richiedere il dispiegamento del contingente militare statunitense e britannico lungo la linea di contatto. Nell’appello si ribadisce che l’Alleanza Atlantica dovrebbe schierare le sue unità di difesa antinave, antiaeree e antimissile nel Paese per affiancarle alle forze armate di Kiev e “iniziare la mobilitazione delle truppe”. Secondo il quotidiano ucraino Strana.ua, che cita fonti autorevoli, sarebbero stati solo alcuni deputati, tra cui Yaremenko, a chiedere a Zelensky di tagliare i rapporti con la Russia. A conferma di ciò le parole del vicecapo del partito, Yevhen Kravchuk, il quale ha chiarito che “la dichiarazione di Yaremenko rappresenta la posizione dei singoli deputati, non dell’intero partito”.

Nonostante i recenti appelli di Kiev, è opportuno ricordare che, in precedenza, il primo aprile, il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, aveva rilasciato affermazioni che spiegavano la posizione di Mosca. Il portavoce aveva chiarito che l’incremento di truppe russe sulla linea di contatto era stata una mossa di difesa, per garantire la “sicurezza del Paese”, affermando che la Russia non intendeva prendere parte al conflitto armato in Ucraina. Questo perché Mosca non ha intenzione di “infiammare la guerra civile” e portare a un’escalation della crisi, aveva aggiunto Peskov.

Tuttavia, non era dello stesso avviso Kiev che, lo stesso primo aprile, aveva denunciato una potenziale provocazione russa nella regione di conflitto. Nei giorni precedenti, Mosca aveva dispiegato massicce truppe armate al confine Orientale con l’Ucraina. Per il Cremlino, tale gesto è legittimo perché finalizzato a proteggere le linee di frontiera russe. Dall’altra parte, l’intelligence ucraina, l’SBU, sostiene che le truppe moscovite avrebbero l’obiettivo prendere il controllo sulle autoproclamate Repubbliche LRD e DPR, servendosi del pretesto di proteggere i residenti russi nella zona.

La situazione nella Donbass è tornata ad essere critica dal 26 marzo 2021, quando quattro militari delle forze armate ucraine sono stati uccisi nei pressi di Skumy, un piccolo paese situato nella regione. Kiev ha accusato le milizie di Donetsk che, però, hanno negato il proprio coinvolgimento nella vicenda. Il giorno dopo, il 27 marzo,  le forze armate dell’Ucraina hanno bombardato l’autoproclamata Repubblica Popolare di Lugansk (LRD). Successivamente, il 3 aprile, l’attacco di un drone ucraino nella DPR ha causato la morte di due civili, nello specifico di un bambino e di una donna. Secondo quanto riportato dai media locali, l’obiettivo delle forze armate ucraine sarebbe stata la zona residenziale nel villaggio di Aleksandrovsky, situato nel Donbass. Gli attacchi sono continuati e, il 12 aprile, l’esercito ucraino ha bombardato il villaggio urbano di Oleksandrivka, situato nel Nord-ovest dell’autoproclamata Repubblica Popolare di Donetsk (DPR). In tale data i separatisti non hanno registrato nessuna vittima mentre l’Esercito di Kiev ha dichiarato di aver perso un soldato.

A seguito di quanto accaduto il 12 aprile, il presidente dell’Ucraina ha invitato l’omologo statunitense, Joe Biden, ad intensificare il sostegno militare e a favorire il rapido ingresso di Kiev nell’Alleanza Atlantica. L’Unione Europea, la NATO ed altre istituzioni internazionali stanno monitorando da vicino il peggioramento della situazione nell’Ucraina dell’Est, con particolare attenzione ai movimenti delle truppe russe lungo la linea di contatto. L’UE ha chiesto alle autorità russe di astenersi da qualsiasi azione che porti all’aggravamento delle tensioni. L’Europa ha ribadito quanto sia importante che le parti si attengano alle disposizioni degli Accordi di Minsk.

La crisi nel Donbass è iniziata sette anni fa, il 23 febbraio 2014. All’epoca, nell’Est dell’Ucraina iniziarono azioni di protesta contro la sostituzione dell’allora presidente ucraino, Viktor Janukovič, di stampo filo-russo, con il nuovo governo filo-occidentale che si era insediato a Kiev. I manifestanti, che ritenevano il nuovo governo “illegittimo”, chiesero la federalizzazione del Paese e l’indipendenza delle aree di Donetsk e Lugansk. L’ondata di proteste si tradusse, il 6 aprile 2014, nell’occupazione dei palazzi dei Consigli regionali dei suddetti territori. Il giorno dopo, il 7 aprile, le autorità locali russofone indipendentiste proclamarono la nascita delle Repubbliche popolari di Donetsk e Lugansk. Più tardi, l’11 maggio 2014, il referendum per l’indipendenza delle due aree confermò la volontà dei separatisti. Mosca, che il 16 marzo dello stesso anno aveva “illegalmente” annesso la Crimea al suo territorio, sostenne le due nuove Repubbliche. L’Ucraina non accettò la perdita delle due aree e tentò, a partire da giugno 2014, di riprenderne il controllo.

Gli accordi di Minsk sono composti dal “Protocollo di Minsk” e gli “Accordi di Minsk II”. Il primo piano di pace era stato firmato il 5 settembre 2014 dall’Ucraina, dalla Russia, dalla Repubblica Popolare di Donetsk (DNR) e dalla Repubblica Popolare di Lugansk, sotto l’egida dell’OCSE. Tuttavia, l’obbligo per il cessate il fuoco non venne rispettato e i combattimenti proseguirono ulteriormente. Pertanto, un anno dopo, il 12 febbraio 2015, i leader del “quartetto Normandia”, Germania, Francia, Ucraina e Russia, concordarono un nuovo cessate il fuoco e sottoscrissero un nuovo pacchetto di misure per l’attuazione degli accordi del 2014, l’accordo di Minsk II.

 

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Anna Peverieri, interprete di russo e inglese

di Redazione

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