Filippine: Duterte parla delle ultime tensioni con la Cina

Pubblicato il 20 aprile 2021 alle 13:34 in Cina Filippine

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Il presidente delle filippine, Rodrigo Duterte, il 19 aprile, ha affermato che invierà navi militari per rivendicare la sovranità di Manila solo nel caso in cui le dispute riguarderanno risorse di petrolio e minerali nel Mar Cinese Meridionale e ha anche sottolineato che sfidare Pechino in tali acque porterebbe soltanto alla violenza.

Duterte ha rilasciato tale dichiarazione esprimendosi per la prima volta dall’inizio delle ultime tensioni con la Cina per la presenza di centinaia di navi cinesi a Whitsun Reef, nel Mar Cinese Meridionale, in un’area la cui sovranità è contesa tra Manila e Pechino. Il presidente filippino ha dichiarato di “non essere particolarmente interessato alla pesca al momento”, aggiungendo che se le navi militari filippine andassero in loco per ribadire la propria giurisdizione la situazione potrebbe diventare “sanguinosa”. Duterte ha quindi affermato che invierà navi militari ad avanzare le rivendicazioni filippine nel caso in cui si verificassero future dispute in materia energetica.

Le ultime tensioni tra la Cina e le Filippine sono nate dopo che il 21 marzo scorso,  Manila aveva inoltrato a Pechino una prima protesta diplomatica per la presenza, a partire dal precedente 7 marzo, di circa 220 imbarcazioni cinesi nei pressi delle scogliere Whitsun Reef, definendo le navi in questione “milizie”. La Cina aveva affermato che queste stessero cercando riparo nell’area, dove avrebbero avuto diritto di trovarsi visto che tale zona rientrerebbe in acque rivendicate da Pechino e, in particolare, nell’arcipelago delle Spratly o Nansha, considerate cinesi.

Il loro numero era progressivamente diminuito, ma le imbarcazioni cinesi sarebbero restate in loco per giorni per essere poi raggiunte da altre, spingendo le Filippine a chiedere loro di andarsene, ad inviare aerei da guerra per monitorare le loro operazioni e ad intensificare le pattuglie di quattro navi da guerra dell’Esercito a sostegno della Guardia costiera, già presente in loco.  Anche gli USA erano intervenuti sulla vicenda dichiarando il proprio appoggio a Manila e accusando Pechino di utilizzare “milizie militari” per “intimidire, provocare e minacciare altre Nazioni”. Manila aveva poi inviato una seconda protesta diplomatica alla Cina, il 14 aprile scorso, accusando Pechino di pescare illegalmente nell’area e di aver ammassato 240 navi nelle acque territoriali filippine.

A livello internazionale, le tensioni tra Manila e Pechino nel Mar Cinese Meridionale erano state oggetto di una sentenza della Corte di giustizia internazionale, il 12 luglio 2016, emessa a conclusione di un processo iniziato nel 2013. In quell’anno, Manila aveva denunciato Pechino per aver costruito isole artificiali nelle acque contese tra i due Paesi. In particolare, nel 2012, la Cina aveva sottratto il controllo sulle scogliere Scarborough alle Filippine dopo un periodo di stallo tra le parti, militarizzandole e depositandovi anche alcuni missili. Sulla base della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS), la Corte Internazionale di Giustizia aveva invalidato le rivendicazioni cinesi, basate sulla cosiddetta Linea dei nove tratti, e si era espressa in favore delle Filippine, sostenendo che Pechino avesse violato la loro sovranità. La Cina si era rifiutata di partecipare al processo e non ha mai preso in considerazione e rispettato il suo esito.

In tale contesto, il presidente delle Filippine, Rodrigo Duterte, dalla sua ascesa alla guida del Paese, il 30 giugno 2016, ha sempre mantenuto buone relazioni con Pechino ed è stato spesso riluttante a sfidarne l’autorità, sostenendo che nel caso di un conflitto il proprio Paese avrebbe perso.  

Per Pechino, la propria sovranità sul Mar Cinese Meridionale deriva da presupposti storici, nello specifico da una mappa pubblicata il primo dicembre 1947 dall’allora Repubblica di Cina e rivista nel 1953, in cui con nove tratti si delimitava la sovranità cinese sulle acque in questione, includendole pressoché per intero. Alla luce di tali rivendicazioni, Pechino ha, ad esempio, costruito isole artificiali e postazioni militari in più punti, provocando proteste da parte degli altri Paesi coinvolti nelle dispute. Anche Taiwan rivendica pressoché in toto la sovranità sul Mar Cinese Meridionale mentre Vietnam, Filippine, Malesia e Brunei, ne reclamano solamente alcune parti.

In tale contesto, gli Stati Uniti hanno più volte criticato le rivendicazioni cinesi e le forze navali e aeree di Washington conducono operazioni nel Mar cinese Meridionale. Nelle filippine, le forze armate degli USA sono presenti in base all’accordo   Visiting Forces Agreement (VFA), che il presidente filippino, Rodrigo Duterte, aveva minacciato di non voler rinnovare alla sua scadenza del 9 agosto 2020. Tuttavia, il governo di Manila aveva poi deciso di rimandare tale decisione, mantenendo di fatto attivo il VFA e motivando la scelta citando il coronavirus e l’aggravarsi della “competizione tra superpotenze”.

 

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

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