UE: vertice dei ministri degli Esteri con focus su Russia

Pubblicato il 19 aprile 2021 alle 17:15 in Europa Russia

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I ministri degli Affari Esteri dell’Unione Europea hanno tenuto, lunedì 19 aprile, un vertice in videoconferenza per discutere delle ultime questioni della politica internazionale. Sul tavolo l’aggravamento del conflitto nel Donbass, il dispiegamento di truppe russe lungo il confine Orientale con l’Ucraina e l’espulsione dei diplomatici russi dalla Repubblica Ceca.

L’Alto rappresentante dell’Unione Europea, Josep Borrell, nonché vice-presidente della Commissione europea, ha rilasciato dichiarazioni alla stampa prima di iniziare il vertice con i 27 Paesi membri dell’Unione. Borrell ha definito “estremamente pericolosa” l’attuale situazione nel Donbass e ha invitato la Russia a ritirare le truppe dal confine con l’Ucraina dell’Est. Le relazioni con Mosca non stanno migliorando ma, al contrario, le tensioni si stanno acuendo su più fronti, ha concluso il vice-presidente UE. A tal proposito, al vertice è stata prevista anche la partecipazione del ministro degli Affari Esteri di Kiev, Dmytro Kuleba. Quest’ultimo ha spiegato nel dettaglio la situazione lungo la linea di contatto.

L’Unione Europea ha altresì riferito di essere pronta ad imporre nuove sanzioni contro la Federazione Russa in caso di ulteriore escalation e incremento delle ostilità al confine con l’Ucraina. Il ministro degli Affari Esteri della Lituania, Gabrielius Landsbergis, ha riferito il ruolo importante svolto dall’UE in questo caso. Kuleba, durante il vertice, ha proposto di elaborare un piano d’azione per contenere l’escalation e l’incremento delle truppe russe, suggerendo di imporre nuove sanzioni contro Mosca. Quanto all’espulsione dei diplomatici russi, l’Unione ha reso noto di concordare pienamente con la posizione della Repubblica Ceca e la scelta di espellere i diplomatici russi. 

Le relazioni tra Mosca e la Repubblica Ceca, nell’ultimo periodo, sono andate incontro ad un progressivo deterioramento, raggiungendo il culmine il 17 e il 18 aprile. Il 17 aprile il primo ministro ceco, Andrej Babis, ha accusato l’intelligence russa di essere stata l’artefice dell’esplosione del deposito militare di Vrbetice. Come conseguenza, la Repubblica Ceca ha deciso di espellere 18 diplomatici russi dal Paese. La risposta della Russia non ha tardato ad arrivare. Il giorno dopo, domenica 18 aprile, il Paese ha dichiarato 20 funzionari dell’Ambasciata della Repubblica Ceca di Mosca “persona non grata”, ai quali è stato ordinato di lasciare il Paese entro 48 ore.

La situazione nella regione è tornata ad essere critica dal 26 marzo 2021 , quando quattro militari delle forze armate ucraine sono stati uccisi nei pressi di Skumy, un piccolo paese situato nella regione. Kiev ha accusato le milizie di Donetsk che, però, hanno negato il proprio coinvolgimento nella vicenda. Il giorno dopo, il 27 marzo,  le forze armate dell’Ucraina hanno bombardato l’autoproclamata Repubblica Popolare di Lugansk (LRD). Successivamente, il 3 aprile, l’attacco di un drone ucraino nella DPR ha causato la morte di due civili, nello specifico di un bambino e di una donna. Secondo quanto riportato dai media locali, l’obiettivo delle forze armate ucraine sarebbe stata la zona residenziale nel villaggio di Aleksandrovsky, situato nel Donbass.

Il primo aprile, l’Ucraina ha denunciato una potenziale provocazione russa nella regione di conflitto. Nei giorni precedenti, Mosca aveva dispiegato massicce truppe armate al confine orientale con l’Ucraina. Per il Cremlino, tale gesto è legittimo perché finalizzato a proteggere le linee di frontiera russe. Dall’altra parte, l’intelligence ucraina, l’SBU, sostiene che le truppe moscovite avrebbero l’obiettivo prendere il controllo sulle autoproclamate Repubbliche LRD e DPR, servendosi del pretesto di proteggere i residenti russi nella zona. 

La crisi nel Donbass è iniziata sette anni fa, il 23 febbraio 2014. All’epoca, nell’Est dell’Ucraina iniziarono azioni di protesta contro la sostituzione dell’allora presidente ucraino, Viktor Janukovič, di stampo filo-russo, con il nuovo governo filo-occidentale che si era insediato a Kiev. I manifestanti, che ritenevano il nuovo governo “illegittimo”, chiesero la federalizzazione del Paese e l’indipendenza delle aree di Donetsk e Lugansk. L’ondata di proteste si tradusse, il 6 aprile 2014, nell’occupazione dei palazzi dei Consigli regionali dei suddetti territori. Il giorno dopo, il 7 aprile, le autorità locali russofone indipendentiste proclamarono la nascita delle Repubbliche popolari di Donetsk e Lugansk. Più tardi, l’11 maggio 2014, il referendum per l’indipendenza delle due aree confermò la volontà dei separatisti. Mosca, che il 16 marzo dello stesso anno aveva “illegalmente” annesso la Crimea al suo territorio, sostenne le due nuove Repubbliche. L’Ucraina non accettò la perdita delle due aree e tentò, a partire da giugno 2014, di riprenderne il controllo.

 

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Anna Peverieri, interprete di russo e inglese

di Redazione

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