Etiopia: dichiarato lo stato di emergenza nella regione di Amhara

Pubblicato il 19 aprile 2021 alle 15:34 in Africa Etiopia

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L’Etiopia ha dichiarato lo stato di emergenza nella regione meridionale dello stato di Amhara per via di una serie di violenze esplose in diverse città dell’area. In una dichiarazione pubblica, rilasciata domenica 18 aprile, il Ministero della Difesa etiope ha spiegato che, negli ultimi tre giorni, si sono verificate violenze armate mortali nella città di Ataye e in molte parti delle zone speciali di Oromia. La nota non menziona il numero esatto delle vittime, ma afferma che un numero imprecisato di persone sono state uccise in attacchi condotti da uomini armati. Diverse proprietà sono state distrutte e un gran numero di civili è stato costretto a fuggire a causa delle violenze. 

La regione di Amhara è dominata dall’omonimo gruppo etnico, il secondo più grande dell’Etiopia, ma la zona speciale di Oromia, compresa all’interno dello stato di Amhara, è popolata principalmente da membri dell’etnia Oromo, che costituiscono il gruppo maggiormente rappresentato a livello numerico nel Paese.

La dichiarazione di emergenza è arrivata il giorno dopo che l’esercito etiope ha dispiegato le sue truppe proprio nella zona speciale di Oromia e nella zona di North Shoa. La mossa mette in evidenza l’insicurezza che si estende oltre la regione del Tigray, colpita recentemente da un conflitto civile, e che interessa tutta l’Etiopia, soprattutto in vista delle elezioni nazionali previste per giugno.

Il capo dell’ombudsman etiope, Endale Haile, aveva riferito, a inizio mese, che la violenza etnica nello stato di Amhara aveva provocato più di 300 morti nel giro di qualche giorno, a marzo. Jemal Hassen Mohammed, amministratore capo dell’area di Jile-Temuga, nella zona speciale di Oromia, aveva precisato che le violenze erano iniziate il 19 marzo, dopo che un leader religioso di etnia Oromo era stato ucciso a colpi di arma da fuoco fuori da una moschea. Ciò aveva scatenato pesanti scontri tra le forze di sicurezza di Amhara e i civili Oromo.

Il primo ministro, Abiy Ahmed, sta subendo crescenti pressioni da parte di enti nazionali e internazionali che lo esortano ad affrontare la violenza nello stato di Amhara e altrove. “Il governo dovrebbe assumersi la propria responsabilità nel proteggere le persone”, ha affermato, in una dichiarazione della scorsa settimana, la Commissione etiope per i diritti umani. Abiy è salito al potere nell’aprile 2018 dopo diversi anni di proteste antigovernative organizzate principalmente da giovani attivisti di etnia Amhara e Oromo. Il premier etiope ha poi vinto il Premio Nobel per la Pace, l’anno successivo, grazie ad una serie di iniziative di riforma politiche ed economiche. Tuttavia, il suo mandato è stato compromesso dall’incessante diffusione di violenze a base etnica e gli analisti temono che le elezioni nazionali, attese per il 5 giugno, potrebbero portare ulteriore insicurezza. In particolare, secondo gli esperti, i disordini potrebbero ostacolare gli sforzi per organizzare le votazioni. Birtukan Medeksa, capo del consiglio elettorale nazionale, ha dichiarato, mercoledì 14 aprile, che gli scontri etnici hanno già provocato un’interruzione temporanea nella procedura di registrazione degli elettori in diverse località, comprese le zone speciali di Oromia e l’area di North Shoa.

Per quanto riguarda il conflitto civile esploso di recente in Etiopia, a novembre 2020, il governo federale aveva ingaggiato una guerra contro le forze dello stato regionale del Tigray. Il primo ministro Abiy aveva ordinato l’avvio di operazioni militari nella regione settentrionale il 4 novembre, dopo aver affermato che il Fronte di liberazione popolare del Tigray (TPLF) aveva attaccato alcuni campi militari federali situati nell’area, dichiarazioni che il governo tigrino ha sempre negato apertamente. Il TPLF è stato per molto tempo, almeno dal 1991, la forza dominante nella coalizione di governo, il cosiddetto Fronte democratico rivoluzionario del Popolo etiope (EPRDF), un’alleanza multietnica composta da quattro partiti, che ha guidato il Paese per quasi 30 anni prima che il primo ministro Abiy salisse al potere, il 2 aprile 2018, sulla scia di un diffuso sentimento antigovernativo nazionale. Lo scorso anno, il TPLF si è separato dall’EPRDF dopo essersi rifiutato di fondersi con gli altri tre partiti della coalizione nel neo formato Prosperity Party (PP), sotto il comando di Abiy.

L’Etiopia avrebbe dovuto tenere le elezioni nazionali ad agosto 2020, ma l’organo elettorale del Paese ha stabilito, a marzo dello scorso anno, che tutte le votazioni sarebbero state rinviate a causa della pandemia di coronavirus. I legislatori hanno dunque votato per estendere i mandati dei funzionari, che sono scaduti a inizio ottobre, mentre i leader del Tigray si sono rifiutati di accettare la decisione e sono andati avanti con le elezioni regionali, a settembre. Il voto, tuttavia, è stato ritenuto “illegale” dal governo di Abiy. 

Si stima che migliaia di persone, combattenti e non, siano state uccise da quando il conflitto è iniziato. Questo nonostante la comunità internazionale abbia chiesto più volte l’immediata fine degli scontri, la riduzione dell’escalation, il dialogo e l’accesso umanitario.

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Chiara Gentili

 

di Redazione

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