Libano: la competizione straniera per la ricostruzione del porto di Beirut

Pubblicato il 18 aprile 2021 alle 6:45 in Libano Medio Oriente

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A circa otto mesi dall’esplosione che, il 4 agosto 2020, ha distrutto il porto della capitale libanese, Beirut, sono diversi gli attori stranieri che si sono proposti di partecipare ai lavori di ricostruzione. Nel frattempo, però, il Paese necessita di riforme urgenti che garantiscano trasparenza e un ambiente idoneo all’avvio del progetto.

Stando a quanto riporta il quotidiano al-Arab, sono diverse le società straniere e, in particolare, cinesi, russe, tedesche, francesi e turche che desiderano cogliere l’occasione di ricostruire il porto distrutto dall’esplosione causata dalla presenza di 2.750 tonnellate di nitrato di ammonio. Oltre a 191 morti e circa 6.000 feriti, l’incidente ha provocato danni pari a circa 15 miliardi di dollari in tutta la capitale, tra cui la distruzione di almeno 3 ospedali e di uno dei silos di stoccaggio di grano del Paese. Ora, mentre il Libano continua a essere testimone della peggiore crisi economica e finanziaria dalla guerra civile del 1975-1990, l’attenzione di molti è rivolta anche ai progetti di ricostruzione. “Tutti sono interessati al porto”, ha dichiarato il direttore ad interim della struttura portuale, Bassem al-Kaissi, il quale ha specificato che, al momento, si tratta di mere intenzioni.

Ricostruire il porto di Beirut risulta essere una missione difficile da compiere, in quanto, a detta di al-Arab, le autorità libanesi sembrano non essere in grado di fornire un contesto appropriato a mettere in atto il progetto, garantendo trasparenza e assenza di costruzione. Il piano integrato ideato include la costruzione di magazzini e container e la riconversione delle parti più colpite dall’esplosione in un’area residenziale con appartamenti, spazi verdi e spiagge, funzionali altresì a rispondere alle esigenze dei circa 300.000 libanesi rimasti senza un’abitazione a seguito dell’esplosione. Il progetto, però, dovrà essere dapprima presentato al Consiglio dei ministri libanese, ma, al momento, il Libano dispone di un governo provvisorio.

Ad ogni modo, la Germania ha agito d’anticipo e, il 9 aprile scorso, una delegazione tedesca ha presentato la propria proposta. Si tratta di un progetto “spettacolare” del valore di 30 miliardi di dollari, il quale include la ricostruzione sia del porto sia delle aree circostanti. Il piano, definito “ambizioso” e appoggiato dal governo di Berlino, è stato elaborato da alcune società tedesche, tra cui la Hamburg Port Consulting, e mira a spostare l’area portuale verso Est, costruendo nella zona rimanente alloggi popolari, un parco e addirittura spiagge, nell’arco di venti anni. Come evidenziato da al-Arab, la mossa tedesca ha colto di sorpresa le autorità libanesi, le quali non si aspettavano un progetto di tale portata, volto a ricostruire non solo il porto ma l’intera capitale.

A rispondere alla proposta di Berlino vi è stata la Francia, già protagonista nel panorama libanese a seguito dell’esplosione. Ancor prima della Germania, Parigi ha mostrato interesse nel prendere parte ai lavori di ricostruzione di Beirut. Quando il presidente francese, Emmanuel Macron, si è recato per la seconda volta nella capitale a seguito dell’esplosione, è stato accompagnato da una delegazione che comprendeva anche Rodolphe Saade, presidente del consiglio di amministrazione della CMA-CGM, un colosso francese per il trasporto e la spedizione di container. È stata la compagnia di Saade a presentare alle autorità libanesi un progetto in tre fasi volto a ricostruire, espandere e ammodernare l’area portuale distrutta, fino a rendere Beirut un porto “smart”. Il costo per le prime due fasi oscilla tra i 400 e i 600 milioni di dollari, per metà stanziati dall’azienda francese, mentre per la restante parte 50 organizzazioni e compagnie internazionali si sono dette disponibili a partecipare. Ad oggi, la CMA-CGM ha già ottenuto la licenza per gestire il terminal container nella seconda maggiore città portuale del Libano, Tripoli, fino al 2024 e spera che presto possa avere un ruolo simile nella capitale.

Di fronte a un quadro economico in collasso, una valuta locale in continuo calo e a una perdurante situazione di stallo politico, molti sono sopresi dall’interesse internazionale verso la ricostruzione di Beirut. Come evidenziato da un professore di scienze politiche presso la Lebanese American University, Imad Salamey, ciò che bisogna tenere in considerazione è il valore geopolitico di Beirut e del Libano in generale. Prendere parte ai lavori di ricostruzione, è stato spiegato, significa poter svolgere un ruolo anche nelle attività di esplorazione di gas nel bacino del Mediterraneo orientale, nella cooperazione economica tra Israele e i Paesi arabi, alla luce dei recenti accordi di normalizzazione e nel fronteggiare l’espansionismo russo.

Quanto alla Cina, a detta di Salamey, mettere piede in Libano consentirebbe a Pechino di rafforzare la propria alleanza con Teheran e frenare la “influenza occidentale”. A tal proposito, David Schenker, il diplomatico statunitense che ha mediato tra Libano e Israele nella questione relativa alla demarcazione dei confini marittimi, ha messo in guardia dall’ambizione cinese in Libano, in quanto qualsiasi ruolo per la Cina costituirebbe “il peggior risultato per l’Europa e gli Stati Uniti”, considerata la mancanza di trasparenza e l’ambivalenza di Pechino verso Hezbollah.

In tale quadro, il 15 aprile, il primo ministro libanese ad interim, Saad Hariri, si è recato in visita a Mosca, dove ha invitato la Russia a investire nel Paese mediorientale, con particolare riferimento alla ricostruzione del porto della capitale. Nel suo discorso, il premier ha esortato i propri interlocutori russi a trarre vantaggio dai prezzi bassi per avviare progetti infrastrutturali in tutto il Paese, siano essi relativi a elettricità, porti, strade o altro.

 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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