Yemen: gli ultimi sviluppi dentro e fuori i campi di battaglia

Pubblicato il 16 aprile 2021 alle 17:05 in Medio Oriente Yemen

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Le battaglie degli ultimi tre giorni hanno consentito alle forze dell’esercito yemenita, legate al presidente legittimo, Rabbo Mansour Hadi, di riconquistare alcune postazioni presso il governatorato di Ma’rib, una regione teatro di una violenta offensiva dal 7 febbraio scorso. Nel frattempo, l’inviato speciale delle Nazioni Unite, Martin Griffiths, ha esortato le parti coinvolte nel conflitto yemenita ad accettare il piano di pace.

Secondo quanto riportato da al-Arabiya il 16 aprile, le forze yemenite, coadiuvate dalla coalizione a guida saudita e dai gruppi di resistenza popolare, sono riuscite a respingere le milizie di ribelli Houthi presso i fronti di al-Kassara e al-Mashhajah, nella periferia occidentale e settentrionale di Ma’rib, oltre a prendere il controllo di alcune postazioni nella medesima area e a conquistarne di nuove ad Haylan, nell’Ovest della regione. A tal proposito, una fonte militare delle forze filogovernative ha riferito che gli scontri del 14 e 15 aprile hanno provocato la morte di circa 60 combattenti Houthi. Nonostante ciò, le milizie sciite sembrano essere determinate a continuare con la propria offensiva e a conquistare una regione, Ma’rib, considerata una carta vincente necessaria per sedersi al tavolo dei negoziati di pace.

Nel frattempo, continua la mobilitazione internazionale volta a favorire la fine del conflitto yemenita. Ad affiancare Griffiths nel corso dei colloqui degli ultimi giorni, vi è anche l’inviato degli Stati Uniti, Timothy Lenderking, impegnato nel suo quarto tour nel Golfo dall’inizio del suo mandato, il 4 febbraio 2021. Da parte sua, l’inviato dell’Onu, il 15 aprile, ha esortato le parti belligeranti, il governo legittimo e le milizie Houthi, ad accettare il piano presentato il 12 aprile, volto a promuovere un cessate il fuoco in tutto lo Yemen, riaprire le strade tra Nord e Sud per consentire la libera circolazione di civili, beni e aiuti umanitari, garantire l’apertura dell’aeroporto di Sanaa ai voli internazionali e nazionali e assicurare il flusso regolare di carburante e altri beni attraverso i porti di Hodeidah, impiegando i proventi derivanti dall’entrata delle petroliere per il pagamento dei salari dei dipendenti pubblici.

Come evidenziato dall’inviato nel corso di una sessione da remoto del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, il 15 aprile, una “soluzione politica negoziata” è l’unico modo per porre fine al perdurante conflitto. Motivo per cui, è necessario che ciascuna parte firmi il piano presentato, considerato un modo per alleviare le sofferenze della popolazione yemenita e riportare la normalità nel Paese. È stato lo stesso Griffiths a mettere in guardia dall’aggravarsi della situazione a Ma’rib e a Taiz, nel Sud-Ovest del Paese, dove, oltre ai perduranti combattimenti, bisogna far fronte alla crescente diffusione della pandemia di Coronavirus. Non da ultimo, Griffiths ha espresso particolare preoccupazione per i continui attacchi dei ribelli, condotti per mezzo di droni e missili balistici, contro l’Arabia Saudita, l’ultimo dei quali risale al 15 aprile stesso.

Dichiarazioni simili sono giunte anche dall’ambasciatrice degli Stati Uniti alle Nazioni Unite, Linda Thomas Greenfield, la quale ha affermato che sono i ribelli Houthi i principali responsabili dei combattimenti in Yemen. A ragione di ciò, gli attori internazionali stanno esortando le milizie a rispondere agli appelli di pace in Yemen e ad impegnarsi in negoziati in modo produttivo. Finora, ha affermato Greenfield, le azioni del gruppo sciita non fanno pensare che i ribelli si stiano adoperando per una risoluzione politica del conflitto. In tale quadro si inserisce altresì la dichiarazione del Dipartimento di Stato degli USA, del 15 aprile, con cui Washington ha condannato la serie di attacchi degli Houthi contro l’Arabia Saudita, ritenuti essere un fattore che rischia di prolungare un conflitto già entrato nel suo settimo anno, minando gli sforzi di pace profusi a livello internazionale ed esacerbando le sofferenze del popolo yemenita.

Le milizie ribelli sono state altresì accusate di star sfruttando il loro controllo sul porto occidentale di Hodeidah per estorcere il governo yemenita legittimo e con esso la comunità internazionale. In particolare, un rapporto del governo ha rivelato che il 70% delle spedizioni di petrolio destinate allo Yemen viene convogliato verso le aree poste sotto il controllo dei ribelli. Qui, le risorse petrolifere vengono in parte trattenute dai distributori, i quali consentono a “funzionari doganali Houthi” di acquistare petrolio pagando qualsiasi somma da loro richiesta. Al contempo, il gruppo sciita è stato accusato di sequestrare parte delle spedizioni, con il pretesto di mancato adempimento alle regole di ingresso poste dai ribelli stessi.

Tuttavia, “accumulare e nascondere petrolio”, impedendo che questo arrivi alla popolazione yemenita, consente alle milizie di aumentare i prezzi sul mercato nero e, in tal modo, finanziare le proprie operazioni militari. Inoltre, gli Houthi, a detta del governo yemenita, continuano a non pagare gli stipendi dei dipendenti pubblici nelle loro aree, venendo meno a uno degli impegni presi con l’accordo di Stoccolma, siglato il 13 dicembre 2018. In conclusione, il governo yemenita sostiene che, attraverso le proprie azioni, i ribelli starebbero monopolizzando l’accesso agli aiuti umanitari e ai beni di prima necessità destinati alla popolazione, manipolando i prezzi e impiegando i ricavi per sostenere i loro sforzi bellici. Il tutto mentre il governo cerca di rispondere alle esigenze del popolo e alleviare le sue sofferenze.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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