Myanmar: nasce un governo di unità nazionale opposto alla giunta militare

Pubblicato il 16 aprile 2021 alle 15:34 in Asia Myanmar

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I membri del Comitato di Rappresentanza dell’Assemblea dell’Unione, ovvero del Parlamento bicamerale del Myanmar, hanno annunciato di aver istituito un governo di unità nazionale, il 16 aprile, avente a capo il presidente deposto dalla giunta militare al governo dal primo febbraio scorso, Win Myint, e la leader della Lega Nazionale per la Democrazia (NDL), Aung San Suu Kyi, come consigliere di Stato.

L’annuncio della formazione del governo di unità nazionale è stato dato dall’attivista Min Ko Naing tramite un video di dieci minuti in cui è stato annunciato che la priorità dell’esecutivo sarà rappresentata dal volere della popolazione e tra gli obiettivi vi sarà anche ottenere sostegno e riconoscimento a livello internazionale. A tal proposito, il ministro della Cooperazione Internazionale del nuovo esecutivo, noto con il nome di Dottor Sasa, ha affermato che il governo di unità nazionale è stato eletto democraticamente e se “il mondo democratico e libero” lo respingerà ciò significherà rifiutare la democrazia stessa.

Il governo di unità nazionale è formato da membri del Parlamento deposti il primo febbraio scorso, alcuni leader delle proteste contro la giunta militare al potere e altri rappresentanti di alcune minoranze etniche del Paese. Lo scopo annunciato dal governo di unità nazionale è quello di sbarazzarsi dell’ordine militare, ripristinare la democrazia e istituire un’unione federale democratica. Il governo di unità nazionale ha dichiarato di voler istituire un esercito federale e, a tal fine, starebbe intrattenendo dialoghi con le forze armate delle minoranze etniche.

L’Esercito del Myanmar ha preso il potere e ha dichiarato lo stato d’emergenza per un anno, a conclusione del quale ha promesso di indire elezioni, il primo febbraio scorso. Nella stessa giornata, la leader Aung San Suu Kyi e altre figure di primo piano del governo civile, tra i quali il presidente Win Myint, sono stati arrestati. I poteri legislativi, esecutivi e giudiziari sono stati trasferiti al comandante in capo delle forze armate, il generale Min Aung Hlaing, mentre il generale Myint Swe è stato nominato presidente ad interim del Paese. L’Esercito ha giustificato le proprie azioni denunciando frodi elettorali che avrebbero caratterizzato le elezioni dello scorso 8 novembre, i cui esiti avevano decretato vincitore con l’83% dei voti la Lega Nazionale per la Democrazia (NDL), il partito fino a quel momento al governo. 

In seguito a tali vicende, il 5 febbraio, alcuni membri della NDL avevano istituito il Comitato di rappresentanza dell’Assemblea dell’Unione che ha annunciato il governo di unità nazionale del 16 aprile. Il successivo 21 marzo, però, tale organizzazione era stata dichiarata illegale.

Dal 6 febbraio, invece, sono iniziate le proteste della popolazione contro la giunta militare per richiedere il ripristino della democrazia e la liberazione di Aung San Suu Kyi. L’Esercito sta portando avanti una repressione violenta del movimento in cui, ad oggi, sono state almeno 710 le persone uccise, mentre più di 3.000 sarebbero state arrestate, secondo l’organizzazione per i diritti umani Political Prisoner Aid Association. Il 16 aprile, la popolazione ha organizzato uno “sciopero silenzioso” restando a casa o vestendosi di nero per ricordare la memoria di coloro uccisi dall’inizio delle proteste.

A livello internazionale più Paesi si sono schierati contro la giunta militare al potere. La Nuova Zelanda ha tagliato i rapporti con la giunta militare, così come la Corea del Sud, mentre, gli USA, il Canada, il Regno Unito e l’UE hanno adottato sanzioni. Washington ha poi sospeso il Trade and Investment Framework Agreement (TIFA), siglato con il Myanmar il 21 maggio 2013. Tuttavia, per i militari tali azioni sono atti di interferenza esterna. I Paesi dell’Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asia (ASEAN), di cui fa parte il Myanmar, si incontreranno il prossimo 24 aprile proprio per parlare della crisi birmana.

A livello interno, oltre alle proteste pro-democrazia, sono anche aumentati gli scontri tra l’Esercito nazionale e le milizie etniche in varie aree del Paese quali gli Stati di Kachin, Shan e Kayin, dove l’Esercito ha eseguito raid aerei. Tali operazioni hanno causato morti e sfollati, molti tra i quali si sono riversati nei Paesi confinanti. In Myanmar, sono presenti da decenni gruppi di ribelli appartenenti a diverse etnie che per anni hanno lottato contro il governo centrale per ottenere una maggiore autonomia.

Rispetto all’avvicinamento tra manifestanti e milizie etniche, il 29 marzo scorso, il gruppo di manifestanti noto come General Strike Committee of Nationalities aveva chiesto per la prima volta alle milizie armate delle minoranze etniche di sostenere coloro che si oppongono all’Esercito. Il 30 marzo, tre gruppi armati di etnie diverse, il Myanmar National Democratic Alliance Army, lo Arakan Army e il Ta’ang National Liberation Army avevano quindi indirizzato una lettera alla giunta militare al potere affinché venissero interrotte le uccisioni di manifestanti pacifici e risolte le problematiche politiche. In assenza di tali azioni, i tre gruppi armati avevano affermato che avrebbero cooperato con qualunque nazionalità che si unirà alla “rivoluzione di primavera del Myanmar” in termini di auto-difesa.

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

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