Mali: elezioni previste a febbraio del 2022

Pubblicato il 15 aprile 2021 alle 19:31 in Africa Mali

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Il 15 aprile, il governo di transizione del Mali ha annunciato che le elezioni presidenziali e legislative si terranno a febbraio del 2022, nel rispetto degli impegni presi con la comunità internazionale, a seguito del colpo di Stato militare del 18 agosto 2020. 

Il tenente colonnello Abdoulaye Maiga, ministro dell’Amministrazione Territoriale, ha riferito ai giornalisti che il primo turno di votazioni si svolgerà il 27 febbraio 2022. Un secondo turno seguirà a marzo. Tali date “mantengono rigorosamente” le promesse di una transizione di 18 mesi per il ritorno a un governo popolare, secondo quanto ha riferito Maiga. Il ministro del governo militare provvisorio ha poi aggiunto che il 31 ottobre 2021 si terrà un referendum per la revisione della Costituzione, da tempo promessa. Inoltre, alcune elezioni locali e regionali sono previste per il 26 dicembre. Le scadenze fissate tengono conto “del tempo necessario per effettuare consultazioni, per redigere la bozza di Costituzione, per farla approvare dal Consiglio Nazionale di Transizione (CNT)”, secondo Maiga. La CNT è l’organo che gestisce la funzione legislativa in Mali, a seguito del colpo di Stato. A febbraio, il primo ministro ad interime, Moctar Ouane, aveva dichiarato che “verranno impiegati tutti i mezzi per organizzare elezioni libere e trasparenti nei tempi concordati”.

A tale proposito, il Paese deve inoltre affrontare un’importante sfida logistica e di sicurezza, considerato che parti del territorio nazionale sono nelle mani di gruppi armati. La crisi in Mali si è acuita a partire dal 2012, quando una rivolta armata è scoppiata nel Nord, guidata da membri Tuareg alleati con alcuni combattenti di Al-Qaeda. Nel corso dell’anno, questi sono riusciti a prendere il controllo delle regioni settentrionali. Successivamente, nel 2013, la situazione è peggiorata, con il movimento che è riuscito ad espandersi nelle regioni centrali, provocando l’intervento armato delle forze francesi. Dal 20 gennaio 2013, gli insorti sono stati gradualmente sradicati ed espulsi dai territori del Nord grazie alle operazioni congiunte delle truppe di Francia e Mali. Ciononostante, da allora continuano a verificarsi periodicamente attacchi e scontri, con la conseguente morte di militari e civili. 

La regione più problematica è quella settentrionale, ma le violenze si sono diffuse anche nel Mali occidentale, dove si trova la capitale del Paese. Per citare una serie di episodi, il 9 aprile 2020, alcuni gruppi affiliati ad al-Qaeda che operano nel Sahel hanno attaccato un posto di sicurezza e dogana sulla strada Bamako-Kayes, nella regione occidentale di Kayes, in Mali. Quattro mesi dopo, il 5 agosto 2020, altri militanti hanno attaccato un altro posto situato sul tratto Nioro-Kayes. Questi e altri incidenti segnalano che la regione, che confina con Guinea, Mauritania e Senegal, sta diventando sempre più un focolaio di violenza estremista. L’8 febbraio, le autorità senegalesi hanno annunciato di aver smantellato una cellula di supporto della katiba Macina, nella città di confine di Kidira, proprio di fronte al confine di Kayes. 

Inoltre, anche il quadro politico del Paese africano è poco stabile. Il Mali ha ufficialmente sciolto la giunta militare, nota anche come Comitato Nazionale per la Salvezza del Popolo (CNSP), con un decreto del Governo di transizione, firmato dal capo dello Stato, Bah N’Daw, il 18 gennaio. Lo scioglimento del CNSP è stato a lungo richiesto da quasi tutta la classe politica maliana e dalla comunità internazionale, in particolare dalla Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale (ECOWAS). Questa organizzazione militare, creata il 19 agosto 2020 a seguito del golpe che ha rovesciato il regime dell’ex presidente, Ibrahim Boubacar Keita, era diretta dal colonnello Assimi Goita, oggi vicepresidente della transizione maliana.

La crisi politica in Mali è iniziata il 5 giugno 2020, quando gli oppositori del presidente Keita hanno guidato proteste di massa nella capitale, Bamako, chiedendo all’esecutivo di dimettersi per aver fallito nel ristabilire la sicurezza del Paese e nell’affrontare la corruzione dilagante, oltre alla mancata gestione della crisi economica aggravata dagli effetti devastanti della pandemia da coronavirus. Quando Keita ha vinto la rielezione, il 29 luglio del 2018, dopo che un sondaggio aveva dimostrato che il suo indice di approvazione era molto basso, i partiti di opposizione hanno pensato che l’elezione sia stata compromessa da irregolarità.

Inoltre, il governo di Keita ha dovuto gestire le elezioni legislative del 29 marzo 2020, nonostante la pandemia, l’aumento degli attacchi jihadisti e il rapimento del leader dell’opposizione del Mali, Soumaila Cisse. L’insieme di questi eventi ha permesso soltanto il 12% dell’afflusso alle urne, suscitando ulteriore indignazione e sospetto da parte del popolo maliano. Inoltre, i manifestanti hanno voluto esprimere il loro dissenso rispetto alla decisione della Corte Costituzionale del 30 aprile 2020, la quale ha ribaltato i risultati delle elezioni parlamentari, dando così altri 10 seggi al partito di Keita, rendendolo il partito di maggioranza. Dopo mesi di proteste e di violenza, culminati nel golpe militare del 18 agosto 2020, l’ex presidente è stato costretto a dimettersi e a sciogliere il Governo il giorno successivo.

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Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

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