L’Iran pronto ad arricchire uranio al 60%, l’Europa preoccupata

Pubblicato il 15 aprile 2021 alle 12:36 in Europa Iran

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In concomitanza con la ripresa dei colloqui sull’accordo sul nucleare iraniano, l’Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica (AIEA) ha riferito che Teheran ha quasi completato i preparativi per arricchire uranio al 60%, il livello più alto mai raggiunto.

L’avvertimento dell’AIEA è giunto il 14 aprile, alla vigilia di un nuovo round di negoziati a Vienna, riguardanti l’accordo sul nucleare iraniano, altresì noto come Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA), volti a rilanciare l’intesa e a favorire il ritorno degli Stati Uniti. In particolare, l’Agenzia ha riportato che l’Iran attiverà oltre 1024 centrifughe di tipo IR-1, tra i macchinari di prima generazione posti nell’impianto nucleare di Natanz. Da parte sua, Teheran ne ha dato notizia il 13 aprile, specificando che la decisione di arricchire uranio oltre il 3,67% previsto dall’accordo del 2015 rappresentava una risposta all’incidente presso la centrale di Natanz dell’11 aprile, definito un atto di “terrorismo nucleare”, per cui è stato accusato Israele.

Da parte loro, Arabia Saudita, Francia, Germania e Gran Bretagna hanno espresso preoccupazione per la possibile mossa iraniana, considerandola uno “sviluppo pericoloso”, oltre che un primo passo verso una eventuale produzione di armi nucleari. Inoltre, i tre Paesi europei hanno messo in luce come le possibili azioni di Teheran contraddicano lo spirito costruttivo dei colloqui di Vienna, il cui primo round si è concluso il 9 aprile, mentre per il 15 aprile è previsto un nuovo meeting. “Rifiutiamo tutte le misure di escalation da parte di qualsiasi attore”, si legge nella dichiarazione congiunta delle tre nazioni, le quali, oltre a chiedere a Teheran di non complicare il processo diplomatico, hanno sottolineato come essa non abbia alcuna reale esigenza civile per arricchire uranio a livelli simili.

Anche Riad ha rilasciato dichiarazioni sulla questione, affermando, tramite il Ministero degli Affari Esteri, che arricchire uranio al 60% non può essere considerata un’operazione all’interno di un programma pacifico. Inoltre, il Regno del Golfo ha esortato l’Iran a impegnarsi seriamente nei negoziati in corso, al fine di evitare una eventuale escalation e compromettere la sicurezza e la stabilità dell’intera regione mediorientale. Parallelamente, anche il segretario generale della Lega Araba, Ahmed Aboul Gheit, si è detto preoccupato per i recenti sviluppi. Dal canto suo, il 14 aprile, il presidente iraniano, Hassan Rouhani, ha, ancora una volta, affermato che il proprio programma ha meri scopi pacifici.

Negli ultimi mesi, sono state diverse le mosse che hanno messo in luce un progressivo allontanamento dell’Iran dai termini del JCPOA.  Secondo alcuni, le violazioni di Teheran mirano ad esercitare maggiore pressione sul presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, il quale sembra essere disposto a rilanciare l’accordo, ma ha più volte ribadito come sia necessario dapprima che l’Iran rispetti il patto del 2015 per riprendere gli sforzi diplomatici. Pertanto, le due parti sono rimaste bloccate in una situazione di stallo, in cui ciascuna aspetta che sia l’altra ad agire per prima.

Nel frattempo per oggi, 15 aprile, è attesa la ripresa dei negoziati sull’accordo del 2015. Al meeting partecipano, all’interno di una “Commissione mista”, delegati di Iran, Cina, Russia, Germania, Francia e Regno Unito. Anche una delegazione degli USA, guidata dall’inviato speciale statunitense in Iran, Robert Malley, si è recata a Vienna, ma non prende parte all’incontro con gli altri Paesi, in quanto Teheran si è rifiutata di negoziare in modo diretto con Washington fino a una completa rimozione delle sanzioni. Pertanto, sono gli altri Paesi a fare da spola tra le delegazioni iraniana e statunitense, nel quadro di colloqui indiretti.

A detta di un diplomatico europeo, intervistato da al-Arabiya, l’Iran “esercita pressioni su tutti”, avvicinandosi sempre più alla percentuale di arricchimento di uranio del 90%, funzionale ad usi militari. Nonostante l’inizio positivo dei negoziati della scorsa settimana, l’ultima mossa di Teheran, secondo il diplomatico, potrebbe complicare le cose. In tale quadro si inseriscono anche le parole della guida suprema dell’Iran, Ali Khamenei, che, il 14 aprile, ha dichiarato che alcune delle proposte avanzate durante i colloqui di Vienna sono “arroganti e offensive” e “non vale la pena esaminarle”. Per Khamenei, i colloqui non dovrebbero essere basati su attriti, né bisognerebbe trovare pretesti per aumentarne la durata, in quanto ciò potrebbe rivelarsi dannoso per tutti gli attori coinvolti. Al contempo, gli USA sono stati accusati di voler “imporre i propri desideri sbagliati”.

Il Joint Comprehensive Plan of Action è stato firmato durante l’amministrazione di Barack Obama, il 14 luglio 2015, a Vienna, da parte di Iran, Cina, Francia, Russia, Regno Unito, Stati Uniti, Germania e Unione Europea. Questo prevede la sospensione di tutte le sanzioni nucleari imposte precedentemente contro l’Iran dall’Unione Europea, dall’Onu e dagli USA, in cambio della limitazione delle attività nucleari da parte del Paese mediorientale e ispezioni dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica presso gli impianti iraniani. L’8 maggio 2018, durante la presidenza di Donald Trump, Washington si è ritirata unilateralmente dall’accordo, imponendo nuove sanzioni contro Teheran che hanno, da un lato, aggravato le condizioni economiche del Paese mediorientale, e, dall’altro lato, acuito le tensioni tra Iran e Stati Uniti.  

 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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