Kiev accusa Mosca di trasferire armi nucleari in Crimea

Pubblicato il 15 aprile 2021 alle 16:37 in Russia Ucraina

FacebookTwitterLinkedInEmailCopy Link

Il ministro della Difesa dell’Ucraina, Andriy Taran, ha accusato, mercoledì 14 aprile, la Russia di voler trasferire armi nucleari in Crimea e non ha escluso l’ipotesi che Mosca possa attaccare l’Ucraina per assicurare l’approvvigionamento idrico alla penisola occupata. Si ritiene che la presenza di un arsenale nucleare in Crimea potrebbe dare il via ad una serie di ripercussioni politiche e legali. Inoltre, secondo quanto riportato dai media internazionali, Taran, citando l’intelligence del Paese, la SBU, ha affermato che la Russia starebbe dispiegando 110,000 militari suddivisi in 56 gruppi tattici delle dimensioni di un battaglione lungo la linea di contatto. Tuttavia, il rappresentante ucraino non ha fornito alcuna prova che potesse dimostrare quanto riferito.

Dall’altra parte, la Russia sostiene che è la NATO, non Mosca, ad aver avviato un’azione militare in Europa. Il ministro della Difesa del Paese, Sergey Shoigu, ha dichiarato, martedì 13 aprile, che le manovre militari russe rientravano all’interno di un programma di esercitazioni legittime per testare la prontezza di combattimento delle forze armate. Shoigu ha riferito che la Russia ha collocato oltre 42.000 soldati in Crimea, insieme a forze aeree e navali. La CNN, in riferimento a questo, ha reso noto che Mosca non dispiegava così tante truppe dal 2014, anno in cui la Russia ha occupato il territorio ucraino della Crimea.

L’Occidente, da quando si sono aggravate le tensioni russo-ucraine, ha invitato la Russia a limitare lo schieramento militare perché si teme che il conflitto possa sfociare in una guerra. Viene da sé affermare che, qualora Mosca fosse davvero intenzionata a spostare armi nucleari in Crimea, tale mossa porterebbe ad un ulteriore deterioramento delle relazioni tra Russia e Occidente. Inoltre, metterebbe anche a dura prova il New START, un trattato sulla limitazione degli armamenti strategici nucleari che Russia e USA hanno deciso di estendere il 27 gennaio.

Il New START, firmato l’8 aprile 2010 dagli allora presidenti statunitense e russo, rispettivamente Barack Obama e Dmitry Medvedev, sarebbe durato fino al 5 gennaio. L’amministrazione dell’ex presidente USA, Donald Trump, non era intenzionata a rinnovare l’accordo. Tuttavia, Biden, alla luce della situazione transatlantica, ha cercato di evitare di creare ulteriori attriti con la Russia. Il New START, rinnovato il 3 febbraio, ha lo scopo di limitare gli armamenti nucleari strategici e fissa un tetto massimo di 1.550 testate e 700 missili e bombardieri dispiegati per ciascuno dei due Stati. L’accordo sarà valido fino al 5 febbraio 2026. La NATO ha dichiarato di sostenere la cooperazione russo-statunitense, ribadendo l’importanza di prorogare il New START. Inoltre, a detta dell’Alleanza Atlantica, la nuova intesa contribuirà alla stabilità internazionale.

Nel corso delle ultime settimane, sono incrementati gli scontri tra le autoproclamate Repubbliche popolari di Donetsk (DPR) e Lugansk (LDR), supportate dalla Russia, e l’Ucraina, che rivendica la sovranità dei suddetti territori.

Come si afferma su Reuters, l’attuale situazione di crisi rappresenta per Washington, per Kiev e per gli alleati europei una delle maggiori sfide dell’ultimo periodo, soprattutto per la politica decennale che l’Occidente ha portato avanti al fine di instaurare democrazia. Inoltre, qualora scoppiasse la guerra, questa potrebbe mettere l’Ucraina in ginocchio e le conseguenze per la Russia sarebbero, inevitabilmente, ulteriori sanzioni contro il Paese.

Il segretario generale degli Stati Uniti, Antony Blinken, e i Ministeri degli Esteri di Francia, Germania, Italia e Gran Bretagna hanno discusso, giovedì 15 aprile, degli sviluppi della situazione lungo il confine tra l’Ucraina orientale e la Russia.I rappresentanti dei Paesi hanno sottolineato l’importanza di ridurre immediatamente le tensioni per evitare un’escalation. Washington, Parigi, Berlino, Roma e Londra hanno ribadito il loro sostegno alla sovranità e all’integrità territoriale di Kiev, il quale ha sempre agito con moderazione nonostante le costanti provocazioni della Russia.

La situazione nella regione è tornata ad essere critica dal 26 marzo 2021 , quando quattro militari delle forze armate ucraine sono stati uccisi nei pressi di Skumy, un piccolo paese situato nella regione. Kiev ha accusato le milizie di Donetsk che, però, hanno negato il proprio coinvolgimento nella vicenda. Il giorno dopo, il 27 marzo,  le forze armate dell’Ucraina hanno bombardato l’autoproclamata Repubblica Popolare di Lugansk (LRD). Successivamente, il 3 aprile, l’attacco di un drone ucraino nella DPR ha causato la morte di due civili, nello specifico di un bambino e di una donna. Secondo quanto riportato dai media locali, l’obiettivo delle forze armate ucraine sarebbe stata la zona residenziale nel villaggio di Aleksandrovsky, situato nel Donbass.

Il primo aprile, l’Ucraina ha denunciato una potenziale provocazione russa nella regione di conflitto. Nei giorni precedenti, Mosca ha dispiegato massicce truppe armate al confine orientale con l’Ucraina. Per il Cremlino, tale gesto è legittimo perché finalizzato a proteggere le linee di frontiera russe. Dall’altra parte, l’intelligence ucraina, l’SBU, sostiene che le truppe moscovite avrebbero l’obiettivo prendere il controllo sulle autoproclamate Repubbliche LRD e DPR, servendosi del pretesto di proteggere i residenti russi nella zona. 

 

Leggi Sicurezza Internazionale, il quotidiano italiano interamente dedicato alla politica internazionale

Anna Peverieri, interprete di russo e inglese

di Redazione

Al fine di migliorare la tua esperienza di navigazione, questo sito utilizza i cookie di profilazione di terze parti. Chiudendo questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante acconsenti all’uso dei cookie.