Sahel: il costo umano delle operazioni anti terrorismo

Pubblicato il 14 aprile 2021 alle 15:28 in Burkina Faso Mali Niger

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Una ricerca dell’Institute on Security Studies (ISS) mostra come le forze locali e straniere schierate per combattere il terrorismo nel Sahel stiano facendo sempre più vittime civili.

In base a quanto è emerso dai dati dell’Armed Conflict Location & Event Data Project (ACLED), le forze di sicurezza hanno causato più vittime civili in Mali e Burkina Faso nel 2020 rispetto a quante ne abbiano fatte i gruppi islamisti nella regione del Sahel. Quest’ultima è una vasta zona semi arida che si estende al di sotto del deserto del Sahara, comprendendo i territori del Mali, Burkina Faso, Niger, Mauritania e Ciad. Insieme, gli eserciti di questi Paesi formano il G5 Sahel, un’alleanza militare avente lo scopo di contrastare l’insurrezione jihadista iniziata nel 2012 in Mali, la quale si è successivamente estesa in tutto il Sahel. Attualmente, la minaccia terroristica sta anche espandendosi verso il vicino Senegal.

Da quanto si evince dallo studio dell’ISS, l’operazione Barkhane, una missione francese operativa del 2014 per aiutare l’alleanza militare saheliana, i contingenti ciadiani della G5 Sahel e altre forze nazionali e internazionali nella regione hanno recentemente affrontato gravi accuse di violazioni dei diritti umani contro la popolazione locale. Queste comprendono stupri, aggressioni sessuali, oltre a uccisioni deliberate o per errore di civili durante le operazioni. La violenza contro i civili, in questo contesto, viola il diritto internazionale umanitario. Inoltre priva le operazioni militari di un ingrediente chiave per il loro successo, ovvero la cooperazione della popolazione. In termini pratici, secondo l’ISS, ripetuti errori e interventi militari privi di senso logico rendono improbabile che i civili abbiano fiducia o sostengano le operazioni antiterrorismo.

Come menzionato in precedenza, sembra che siano i civili ad essere quelli più colpiti dalle conseguenze delle missioni per contrastare il jihadismo. La ricerca dell’ISS sostiene che da un lato, gli estremisti violenti continuano a prendere di mira interi villaggi in attacchi brutali. Dall’inizio del 2021, oltre 300 persone sono morte in una serie di assalti senza precedenti soltanto nel Niger occidentale. Questo include circa 203 morti civili in meno di una settimana, dal 16 al 21 marzo. D’altro canto, le comunità locali non possono fare pieno affidamento sulla protezione delle forze antiterrorismo nazionali e straniere, la cui reazione arriva spesso troppo tardi, e che spesso si sono rivelate abusive.

Il 3 gennaio, gli attacchi aerei delle forze francesi sul villaggio di Bounti, nel Mali centrale, hanno presumibilmente scambiato una festa di matrimonio per un raduno terroristico, uccidendo almeno 19 civili. In un rapporto pubblicato il 30 marzo, la Missione Integrata Multidimensionale di Stabilizzazione delle Nazioni Unite in Mali (MINUSMA) ha confermato le accuse, chiedendo ulteriori indagini da parte delle autorità maliane e francesi, oltre a risarcimenti per le famiglie delle vittime.

Tuttavia, la Francia si ostina a negare che il suo sia stato un errore, un comportamento ritenuto “controproducente” dagli analisti dell’ISS. Mettendo apertamente in discussione la credibilità dell’indagine delle Nazioni Unite, il Governo francese rischia di aggravare i sentimenti antifrancesi profondamente radicati tra una parte della popolazione del Mali, oltre a far nascere dubbi sulla responsabilità delle truppe straniere anti-terrorismo che operano nel Sahel. Sicuramente, secondo lo studio, la reazione “timida” e “in ritardo” delle autorità maliane riguardo al raid a Bounti, che ha sostenuto la narrazione ufficiale della Francia senza ulteriori indagini, va a discapito della credibilità di tali operazioni.

Il recente rapporto della MINUSMA è arrivato pochi giorni dopo che la Francia è stata accusata di aver ucciso altri 6 civili in un raid aereo a Talataye, un villaggio situato nel Nord del Mali, durante un’operazione contro i gruppi terroristici. 6 giorni dopo, un altro raid francese nel deserto del Mali settentrionale, a circa 95 km da Tessalit, ha causato la morte una donna morta e ferito un bambino. Questi incidenti sollevano domande fondamentali sull’affidabilità delle informazioni su cui l’operazione Barkhane basa i suoi attacchi, e la volontà del paese di ammettere i suoi errori. Mette anche alla prova la capacità della comunità internazionale di chiedere conto ai principali attori dell’antiterrorismo delle violazioni del diritto internazionale e dei diritti umani.

Le truppe francesi non sono le uniche accusate di incidenti di questo genere. I membri di un contingente ciadiano schierato a Téra, nel Niger occidentale, il mese scorso avrebbero violentato almeno 3 persone della comunità locale, tra cui una ragazza di 11 anni e una donna incinta. Sono anche accusati di averne aggrediti sessualmente almeno altri 5. Un’inchiesta condotta dalla Commissione Nazionale dei Diritti Umani del Niger (CNDH) ha confermato le accuse, documentando ulteriori violazioni e abusi da parte delle truppe ciadiane. Queste includono aggressioni, confisca illegale di beni e altre forme di coercizione.

L’insurrezione jihadista nel Sahel è iniziata quando, nel 2012, i jihadisti hanno preso il controllo del Nord del Mali, per poi espandersi nei Paesi vicini. Nell’ultimo decennio, le attività terroristiche perpetrate dai gruppi islamisti hanno danneggiato soprattutto la porzione occidentale del Sahel, uccidendo migliaia di persone e costringendo milioni di persone ad abbandonare le loro case. La Francia è al momento la più grande forze militare occidentale che contribuisce alla lotta contro il terrorismo nel Sahel. Nonostante questo intervento, iniziato con il lancio dell’operazione Serval il 10 gennaio 2013, i gruppi terroristici rimangono attivi nel Mali, in particolare nella regione settentrionale. Il primo agosto 2014, l’operazione Barkhane è subentrata a Serval. In seguito, il 15 luglio 2020, è stata dispiegata la Task Force Takuba, composta da truppe che provengono da altri Paesi europei, la quale permetterà il ritiro parziale delle truppe francesi dalla regione. Dall’inizio della missione anti jihadista nel Sahel nel 2013, costata milioni di dollari alla Francia, 55 soldati francesi sono morti.

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Julie Dickman

di Redazione

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