Italia-Egitto: gli ultimi aggiornamenti sulle vicende di Zaki e Regeni

Pubblicato il 14 aprile 2021 alle 18:46 in Egitto Italia

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Con 208 sì, nessun contrario e 33 astenuti, il Senato ha approvato l’ordine del giorno per attribuire la cittadinanza italiana a Patrick Zaki, lo studente egiziano dell’Università di Bologna arrestato il 7 febbraio 2020 al Cairo.

Secondo quanto si apprende dall’agenzia di stampa Ansa, l’atto di indirizzo chiede altresì al governo di sollecitare le autorità egiziane esortandole alla liberazione dello studente, di monitorare le udienze processuali e le condizioni di detenzione, di attivarsi a livello europeo per la tutela dei diritti umani nei Paesi dove persistono violazioni e di portare iniziative al G7 che abbiano particolare riguardo a casi di repressione di attivisti politici. 

Presente in Aula, a nome dell’esecutivo italiano, c’era la viceministra agli Esteri Marina Sereni, che, pur sottolineando la massima attenzione del governo sulla questione della detenzione di Zaki, ha mostrato alcune perplessità sullo strumento approvato. “L’azione di sensibilizzazione sulle autorità egiziane che abbiamo svolto e continuiamo a svolgere è continua. Sollecitiamo le controparti egiziane in ogni occasione di confronto a rilasciare lo studente. Seguiamo anche l’evoluzione del processo. Su nostra richiesta il procedimento giudiziario è stato inserito nel programma di monitoraggio processuale dell’Unione europea pochissimi giorni dopo il suo arresto”, ha dichiarato Sereni, mettendo tuttavia in luce che, citando le sue parole: “L’attribuzione della cittadinanza italiana a Patrick Zaki, si configurerebbe quale misura simbolica priva di effetti pratici a tutela dell’interessato”. A tal proposito, vale la pena ricordare che l’ordine del giorno non è uno strumento vincolante, ma un atto di indirizzo per fare pressione sul governo egiziano. 

“L’Italia incontrerebbe notevoli difficoltà a fornire protezione consolare al giovane, essendo egli anche cittadino egiziano, poiché prevarrebbe la cittadinanza originaria”, ha evidenziato Sereni. La viceministra ha infine osservato che ciò che preme di più fare, in questo momento, è valutare “il rischio di effetti negativi sull’obiettivo che più ci sta a cuore: il rilascio di Patrick”. “In questo senso la concessione della cittadinanza, potrebbe addirittura rivelarsi controproducente”, ha concluso Sereni sottolineando la necessità “di una riflessione approfondita”.

Nel frattempo, nella stessa giornata del voto in Senato sulla cittadinanza italiana a Zaki, l’Ansa ha riportato la notizia che tre nuovi testimoni avrebbero accusato i quattro membri dei servizi segreti egiziani, identificati dai pubblici ministeri di Roma come i rapitori di Giulio Regeni, di essere gli autori del sequestro, delle torture e dell’omicidio del giovane ricercatore italiano trovato privo di vita in Egitto nel febbraio del 2016. L’informazione è emersa dai nuovi atti depositati dalla Procura di Roma in vista dell’udienza preliminare del 29 aprile, in cui si dovrà vagliare la richiesta di processo, a carico dei quattro generali egiziani indagati, ovvero Tariq Sabir, Athar Kamel Mohamed Ibrahim, Uhsam Helmi, Magdi Ibrahim Abdelal Sharif. Secondo una delle testimonianze, gli 007 egiziani sarebbero stati al corrente della morte di Regeni già il 2 febbraio 2016, il giorno prima del ritrovamento “ufficiale” del corpo, e, per deviare l’attenzione da loro, “avrebbero inscenato una rapina finita male”.

Già a inizio dicembre 2020, i pubblici ministeri italiani avevano dichiarato di aver trovato prove “inequivocabili” del coinvolgimento di quattro membri dell’Agenzia di Sicurezza Nazionale egiziana nel rapimento e nell’omicidio di Regeni. I quattro sono stati accusati dall’Italia, il 10 dicembre, di aver rapito il giovane ricercatore nel 2016. Sharif è stato altresì accusato di lesioni personali gravi e omicidio. In tale occasione, i pubblici ministeri avevano invece ritirato le accuse contro un quinto funzionario dell’Agenzia di Sicurezza, Mahmoud Najem, che era stato precedentemente identificato quale sospettato per la scomparsa dell’italiano.

Il 30 dicembre, il procuratore egiziano Hamada al-Sawy aveva affermato in una nota che la pubblica accusa del Cairo non aveva intenzione di “portare avanti un procedimento penale per l’omicidio, il rapimento e la tortura di Giulio Regeni perché l’autore risulta sconosciuto”. Gli investigatori avrebbero comunque continuato a cercare l’identità dell’assassino, aveva assicurato al-Sawy, ma il pubblico ministero egiziano aveva respinto le accuse mosse contro i funzionari dell’agenzia di sicurezza nazionale.

Dalla morte del ricercatore, gli investigatori italiani hanno respinto molteplici teorie avanzate dalle autorità egiziane, inclusa quella secondo cui Regeni avrebbe lavorato come spia o sarebbe stato vittima di una banda criminale. Secondo quanto dichiarato dal procuratore al-Sawy, mercoledì 30 dicembre, il comportamento della vittima, che non si sarebbe attenuto alle condizioni richieste dalla ricerca di dottorato che stava conducendo, avrebbe spinto le autorità di sicurezza egiziane a monitorarlo attraverso misure che non avrebbero limitato la sua libertà o violato la sua vita privata.  La dichiarazione aveva aggiunto che le indagini si sarebbero interrotte dopo aver scoperto che le sue azioni non costituivano crimini contro la sicurezza pubblica. La procura aveva infine accusato dell’omicidio persone non identificate ma ostili sia all’Egitto che all’Italia.

Il ricercatore italiano, che si trovava al Cairo come parte della sua tesi di dottorato sulle attività sindacali dei venditori ambulanti egiziani, è scomparso il 25 gennaio 2016. Il suo corpo è stato ritrovato nove giorni dopo nella periferia della capitale egiziana, con segni evidenti di torture.

In base ad una ricostruzione prodotta dalla procura italiana, Regeni sarebbe stato rapito in una stazione metropolitana nel quartiere di Dokki, dove viveva, e sarebbe stato poi torturato presso l’ufficio numero 13 dell’Agenzia per la sicurezza nazionale, solitamente utilizzato per interrogare cittadini stranieri. I pubblici ministeri ritengono che le attività del ricercatore abbiano attirato l’attenzione dell’Agenzia perché percepite come un tentativo di alimentare disordini sociali, soprattutto dopo il giovane che si era offerto di aiutare un sindacato a chiedere una sovvenzione da parte di una ONG britannica. L’Egitto, dal canto suo, ha respinto le accuse dell’Italia, sostenendo che non fossero basate su prove concrete.

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Chiara Gentili

 

di Redazione

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