Myanmar: ulteriori accuse contro Aung San Suu Kyi, continuano le proteste

Pubblicato il 13 aprile 2021 alle 11:02 in Asia Myanmar

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Nuove accuse di violazione della legge sulla gestione dei disastri naturali sono state rivolte, il 12 aprile, contro, Aung San Suu Kyi, la leader della Lega Nazionale per la Democrazia (NDL), al governo in Myanmar prima che i militari prendessero il potere nel Paese il primo febbraio scorso. Intanto, il 13 aprile, gli attivisti che stanno protestando contro la giunta militare al governo hanno promesso che porteranno avanti le proteste anche durante la settimana in corso, in occasione delle festività per il nuovo anno note come Thingyan.

La notizia delle nuove accuse è stata rivelata dall’avvocato della donna, Min Min Soe. Aung San Suu Kyi era stata arrestata da subito dall’Esercito il primo febbraio ed era poi stata accusata dalla giunta militare al potere di altri crimini per aver violato la legge sulle importazioni e le esportazioni, la legge sulla gestione dei disastri naturali, la legge sulle telecomunicazioni e l’atto di sedizione. Aung San Suu Kyi è poi sospettata per aver ricevuto sia pagamenti illegali per un valore di 600.000 dollari, sia undici chili d’oro dal valore di 680.000 dollari, durante la sua amministrazione del Myanmar.

In totale, la donna è accusata in sei casi giudiziari diversi, cinque tra i quali presentati nella capitale Naypyidaw e uno nella principale città del Paese, Yangon. La 75enne Aung San Suu Kyi non è più apparsa in pubblico dallo scorso primo febbraio e si trova agli arresti domiciliari nella capitale, tuttavia, il suo avvocato ha dichiarato che si troverebbe in buone condizioni di salute. Non è però ancora chiaro se la leader sia al corrente o meno dei movimenti di protesta in corso nel Paese.

Dal 6 febbraio, in Myanmar, sono iniziate le proteste della popolazione contro la giunta militare per richiedere il ripristino della democrazia e la liberazione di Aung San Suu Kyi. L’Esercito sta portando avanti una repressione violenta del movimento in cui, ad oggi, sono state almeno 710 le persone uccise, mentre altre 3.000 sarebbero state arrestate, secondo l’organizzazione per i diritti umani Political Prisoner Aid Association. Il 9 aprile è stata una tra le giornate più sanguinose, con 82 morti tra i manifestanti della città di Bago e molti feriti ai quali, secondo l’Onu, sarebbero state negate cure mediche. Per l’Esercito, le misure adottate sarebbero proporzionali alla minaccia posta da “agitatori violenti”.

L’Esercito del Myanmar ha preso il potere e ha dichiarato lo stato d’emergenza per un anno, a conclusione del quale ha promesso di indire elezioni, il primo febbraio scorso. Nella stessa giornata, la leader Aung San Suu Kyi e altre figure di primo piano del governo civile, tra i quali il presidente Win Myint, sono stati arrestati. I poteri legislativi, esecutivi e giudiziari sono stati trasferiti al comandante in capo delle forze armate, il generale Min Aung Hlaing, mentre il generale Myint Swe è stato nominato presidente ad interim del Paese. L’Esercito ha giustificato le proprie azioni denunciando frodi elettorali che avrebbero caratterizzato le elezioni dello scorso 8 novembre, i cui esiti avevano decretato vincitore con l’83% dei voti la Lega Nazionale per la Democrazia (NDL), il partito fino a quel momento al governo. 

La repressione violenta delle proteste ha attirato condanne da più parti della comunità internazionale. La Nuova Zelanda ha tagliato i rapporti con la giunta militare, così come la Corea del Sud, mentre, gli USA, il Canada, il Regno Unito e l’UE hanno adottato sanzioni. Washington ha poi sospeso il Trade and Investment Framework Agreement (TIFA), siglato con il Myanmar il 21 maggio 2013.  Nel contesto delle Nazioni Unite, il 12 aprile, l’Alto rappresentante dell’Unione europea per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza, Josep Borrell, ha accusato la Cina e la Russia di aver bloccato misure per fare pressione sulla giunta proposte al Consiglio di Sicurezza dell’Onu quali un embargo sulle armi.

Da parte sua, Pechino ha finora incoraggiato una soluzione negoziata tra le parti interne al Myanmar e non ha accettato le richieste degli USA di condannare e sanzionare l’Esercito del Myanmar. Tuttavia, dopo che alcune aziende di proprietà cinese a Yangon sono state vandalizzate e date alle fiamme, nella sera del 14 marzo scorso, Pechino aveva chiesto l’intervento delle autorità per impedire il ripetersi di qualsiasi violenza. La giunta militare al potere aveva quindi imposto la legge marziale totale in alcune aree di Yangon.

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

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