Donbass: bombardamenti a Donetsk

Pubblicato il 13 aprile 2021 alle 14:42 in Russia Ucraina

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L’esercito ucraino ha bombardato, il 12 aprile, il villaggio urbano di Oleksandrivka, situato nel Nord-ovest dell’autoproclamata Repubblica Popolare di Donetsk (DPR). La notizia è stata riferita dal sindaco della DPR, Aleksey Kulemzin.

Secondo quanto riportato dal quotidiano russo Kommersant, il 12 aprile alle 12.05, ora locale, le forze armate ucraine, collocate negli insediamenti limitrofi BMP-2 e SPG-9, hanno iniziato a bombardare l’area di Oleksandrivka.

L’agenzia di stampa ucraina UNIAN, dal canto suo, ha riferito che, in data 12 aprile, sono state registrate 17 violazioni di cessate il fuoco da parte delle forze indipendentiste della DPR. Queste ultime hanno attaccato due cittadine, Pisky e Kamianka. Tra le altre località, UNIAN ha citato Pivdenne, Novhorodske, Novhorodske, specificando l’utilizzo di mortai da 120 e 82 mm e lanciagranate.

Kulemzin ha riferito che, durante l’attacco a Oleksandrivka, non è stata registrata nessuna vittima. Al contrario, Kiev ha riferito il decesso di un militare durante gli scontri.

A seguito di quanto accaduto il 12 aprile, il presidente dell’Ucraina, Volodymyr Zelenskyy, ha invitato l’omologo statunitense, Joe Biden, ad intensificare il sostegno militare e a favorire il rapido ingresso di Kiev nell’Alleanza Atlantica. Il portavoce dell’Unione Europea, Peter Stano, ha riferito che l’Unione, la NATO ed altre istituzioni internazionali stanno monitorando da vicino il peggioramento della situazione nell’Ucraina dell’Est, con particolare attenzione ai movimenti delle truppe russe lungo la linea di contatto. L’UE, ha proseguito Stano, chiede alle autorità russe di astenersi da qualsiasi azione che porti all’aggravamento delle tensioni. L’Europa ha ribadito quanto sia importante che le parti si attengano alle disposizioni degli Accordi di Minsk.

Composti dal protocollo di Minsk e dagli accordi di Minsk II, le intese sono state sottoscritte a partire dal 2014. Il primo piano di pace era stato firmato il 5 settembre 2014 dall’Ucraina, dalla Russia, dalla Repubblica Popolare di Donetsk e dalla Repubblica Popolare di Lugansk, sotto l’egida dell’OCSE. Tuttavia, l’obbligo per il cessate il fuoco non venne rispettato e i combattimenti proseguirono ulteriormente. Pertanto, un anno dopo, il 12 febbraio 2015, i leader del “quartetto Normandia”, Germania, Francia, Ucraina e Russia, concordarono un nuovo cessate il fuoco e sottoscrissero un nuovo pacchetto di misure per l’attuazione degli accordi del 2014, l’accordo di Minsk II.

La situazione nella regione è tornata ad essere critica dal 26 marzo 2021 , quando quattro militari delle forze armate ucraine sono stati uccisi nei pressi di Skumy, un piccolo paese situato nella regione. Kiev ha accusato le milizie di Donetsk che, però, hanno negato il proprio coinvolgimento nella vicenda. Il giorno dopo, il 27 marzo,  le forze armate dell’Ucraina hanno bombardato l’autoproclamata Repubblica Popolare di Lugansk (LRD). Successivamente, il 3 aprile, l’attacco di un drone ucraino nella DPR ha causato la morte di due civili, nello specifico di un bambino e di una donna. Secondo quanto riportato dai media locali, l’obiettivo delle forze armate ucraine sarebbe stata la zona residenziale nel villaggio di Aleksandrovsky, situato nel Donbass.

Il primo aprile, l’Ucraina ha denunciato una potenziale provocazione russa nella regione di conflitto. Nei giorni precedenti, Mosca ha dispiegato massicce truppe armate al confine orientale con l’Ucraina. Per il Cremlino, tale gesto è legittimo perché finalizzato a proteggere le linee di frontiera russe. Dall’altra parte, l’intelligence ucraina, l’SBU, sostiene che le truppe moscovite avrebbero l’obiettivo prendere il controllo sulle autoproclamate Repubbliche LRD e DPR, servendosi del pretesto di proteggere i residenti russi nella zona. 

La crisi nel Donbass è iniziata sette anni fa, il 23 febbraio 2014. All’epoca, nell’Est dell’Ucraina iniziarono azioni di protesta contro la sostituzione dell’allora presidente ucraino, Viktor Janukovič, di stampo filo-russo, con il nuovo governo filo-occidentale che si era insediato a Kiev. I manifestanti, che ritenevano il nuovo governo “illegittimo”, chiesero la federalizzazione del Paese e l’indipendenza delle aree di Donetsk e Lugansk. L’ondata di proteste si tradusse, il 6 aprile 2014, nell’occupazione dei palazzi dei Consigli regionali dei suddetti territori. Il giorno dopo, il 7 aprile, le autorità locali russofone indipendentiste proclamarono la nascita delle Repubbliche popolari di Donetsk e Lugansk. Più tardi, l’11 maggio 2014, il referendum per l’indipendenza delle due aree confermò la volontà dei separatisti. Mosca, che il 16 marzo dello stesso anno aveva “illegalmente” annesso la Crimea al suo territorio, sostenne le due nuove Repubbliche. L’Ucraina non accettò la perdita delle due aree e tentò, a partire da giugno 2014, di riprenderne il controllo.

 

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Anna Peverieri, interprete di russo e inglese

 

di Redazione

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