Yemen: gli Houthi da oppressi a oppressori

Pubblicato il 12 aprile 2021 alle 18:04 in Medio Oriente Yemen

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Fino a poco tempo fa, soltanto l’Arabia Saudita era oggetto di critiche per la guerra in Yemen. Oggi assistiamo a un importante cambio di paradigma. Gli Houthi, sia per i loro attacchi contro i civili sia per il loro rifiuto di fare la pace, sono percepiti sempre più negativamente da parte della comunità internazionale e dell’Occidente in particolare.

Risale all’11 marzo scorso una dichiarazione congiunta firmata dai governi di Francia, Germania, Italia, Gran Bretagna e Stati Uniti, in cui i cinque Paesi hanno esortato il gruppo sciita a interrompere la propria offensiva a Ma’rib, governatorato yemenita situato a circa 120 km a Est di Sana’a, e gli attacchi contro il Regno Saudita, cogliendo le opportunità di dialogo a livello internazionale, promosse dalle Nazioni Unite tramite l’inviato speciale in Yemen, Martin Griffiths, e sostenute da altri Paesi quali l’Oman e l’Arabia Saudita.

A circa un mese di distanza, il 12 aprile, anche la Germania si è unita alle voci di condanna. In particolare, il ministro degli Esteri tedesco, Heiko Maas, in occasione di un meeting con l’inviato speciale dell’Onu, Martin Griffiths, ha messo in luce come l’offensiva degli Houthi contro Ma’rib, intrapresa il 7 febbraio scorso, rischi di aggravare la “disastrosa situazione umanitaria” in Yemen, in un momento in cui, nonostante gli sforzi internazionali, le battaglie sul campo continuano con “intensità e brutalità”. Alla luce di ciò, il ministro tedesco ha ribadito l’importanza di giungere a una soluzione politica del conflitto, consapevole che la situazione non possa essere risolta militarmente. Affermazioni simili sono giunte anche da Griffiths, il quale ha parlato di un “momento critico” per lo Yemen.

Parallelamente, il Consiglio di Sicurezza dell’Onu, il 18 marzo, ha condannato l’escalation degli Houthi a Ma’rib, oltre che gli attacchi contro l’Arabia Saudita. Per i 15 membri dell’organizzazione internazionale, tali operazioni minano gli sforzi volti a giungere a una soluzione politica, mentre la comunità internazionale si è unita su di unico fronte per porre fine al conflitto.

Da parte statunitense, è l’inviato speciale, Timothy Lenderking, ad essersi seduto al tavolo con gli attori coinvolti nel conflitto yemenita, tra cui anche una delegazione Houthi, incontrata nuovamente a Muscat l’11 aprile. Tuttavia, l’inviato di Washington ha dovuto far fronte all’intransigenza dei ribelli, i quali sembrano non essere disposti a porre un freno alle violenze a Ma’rib se prima non riusciranno a ottenere il controllo del governatorato e un guadagno politico e militare. Dal canto suo, il segretario di Stato, Anthony Blinken, il primo marzo, ha esortato le milizie Houthi a porre fine ai loro attacchi “transfrontalieri”, con particolare riferimento alle minacce poste al Regno saudita. 

Come evidenziato da The Arab Weekly, le dichiarazioni degli ufficiali degli Stati Uniti hanno più volte rivelato l’insoddisfazione di Washington per l’intransigenza degli Houthi, oltre che per la perdurante escalation militare a Ma’rib e l’impiego di missili balistici e droni esplosivi per colpire i territori sauditi. Ad ogni modo, gli analisti sostengono che voci di condanna simili non si sono mai ancora tradotte in azioni concrete, come, ad esempio, sanzioni contro le milizie ribelli sostenute da Teheran. A detta degli analisti, la comunità internazionale fa affidamento prevalentemente su Griffiths e sugli sforzi profusi per portare gli Houthi al tavolo dei negoziati. I ribelli, da parte loro, non fanno altro che avanzare richieste aggiuntive e a condurre attacchi contro Ma’rib, una “carta vincente” su cui non sono disposti a cedere.

In tale quadro si collocano anche le dichiarazioni rilasciate, il 19 marzo, dall’ambasciatore francese in Yemen, Jean Marie Safa, il quale ha affermato che tutte le parti coinvolte nel conflitto yemenita, sia regionali sia internazionali, chiedono un cessate il fuoco nel Paese e l’avvio di negoziati politici. Gli Houthi, invece, sembrano voler continuare la guerra.  I ribelli, è stato affermato, sono passati dall’essere “oppressi” ad “oppressori” e, dopo essere stati esclusi in passato, ora si considerano “il popolo, il governo e lo Stato”, mentre non sono che una componente della popolazione. Ciò, però, significa altresì che “devono far parte del governo” yemenita, ha dichiarato l’ambasciatore.

Il filo conduttore che unisce le voci di condanna dell’Occidente contro gli Houthi fa, quindi, riferimento a due situazioni specifiche. La prima è la perdurante escalation a Ma’rib, che minaccia la vita di circa un milione di sfollati yemeniti. La seconda è rappresentata dagli attacchi contro obiettivi militari nel Sud dell’Arabia Saudita, oltre che energetici, che rischiano di minare le forniture globali di petrolio. A tal proposito, il 12 aprile, il gruppo ribelle ha riferito di aver lanciato 10 droni, di tipo Samad 3, contro gli impianti della compagnia petrolifera Saudi Aramco di Jubail e Gedda, mentre altri 5 droni e 2 missili balistici hanno colpito Khamis Mushait e Jizan, nel Sud del Regno tra l’11 e il 12 aprile. Tali operazioni, ha affermato il portavoce Yahya Sarea, continueranno fino a quando perdurerà l’offensiva e l’assedio delle forze saudite in Yemen.

La crisi yemenita è scoppiata a seguito del colpo di Stato Houthi del 21 settembre 2014. Da gennaio 2020, le tensioni si sono particolarmente acuite presso i fronti settentrionali e Nord-occidentali, tra cui Ma’rib. Qui, dalla prima settimana di febbraio 2021, gli Houthi hanno lanciato una violenta offensiva, volta a conquistare una regione ricca di risorse petrolifere e che consentirebbe loro di completare i propri piani espansionistici nel Nord dello Yemen. Al momento, però, non sono stati registrati risultati significativi. Gli Houthi, in particolare, hanno provato ad avanzare verso l’Ovest del governatorato, a circa 10 km dal centro della città, ma hanno incontrato la resistenza dell’esercito yemenita, coadiuvato dalla coalizione a guida saudita. Quest’ultima è intervenuta nel conflitto il 26 marzo 2015, e vede la partecipazione di Emirati Arabi Uniti, Sudan, Bahrain, Kuwait, Egitto e Giordania. 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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