Iraq: l’industria petrolifera chiamata a fornire lavoro

Pubblicato il 12 aprile 2021 alle 15:04 in Iraq Medio Oriente

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Mentre il tasso di disoccupazione in Iraq ha raggiunto il 27%, il premier Mustafa al-Kadhimi ha lanciato la prima fase del progetto del “grande porto di al-Faw”, situato nel governatorato meridionale di Bassora, alla base dell’oleodotto volto a trasportare petrolio almeno fino al porto giordano di Aqaba, sul Mar Rosso.

Secondo quanto riportato dal quotidiano al-Arab, la posa della prima pietra ha avuto luogo l’11 aprile, dopo una fase di stallo durata più di dieci anni. Il progetto dell’oleodotto, la cui idea ha cominciato a circolare dal 1988, è considerato un passo rilevante nel processo di diversificazione economica dell’Iraq, le cui casse dipendono per più dell’80% dalle entrate petrolifere, oltre che di ricostruzione e riabilitazione di quelle infrastrutture abbandonate da tempo. Come precisato in un comunicato dell’ufficio comunicazioni del primo ministro, il progetto di al-Faw prevede, tra le diverse operazioni, la costruzione di cinque ormeggi per container, quella di un tunnel presso Khor al-Zubair e dell’autostrada che collega il porto alla città di Umm Qasr, la principale città portuale irachena. Sarà una società sudcoreana, Daewoo E&C, ad occuparsi della prima fase di costruzione, per un costo che ammonta a circa 2,62 miliardi di dollari. Si prevede che, una volta terminati i lavori, al-Faw sarà in grado di processare 3 milioni di container all’anno.

Nel solo governatorato di Bassora, l’Iraq dispone di quattro porti commerciali e industriali e, nonostante lo stretto sbocco dell’Iraq verso il Golfo, che non supera i 50  chilometri, il Paese esporta circa l’80% da tale canale. “Il progetto di al-Faw non è destinato solo a Bassora” ha dichiarato il premier, secondo cui si tratta di un progetto strategico che contribuirà allo sviluppo e alla ricostruzione di tutti i governatorati iracheni e renderà l’Iraq un “ponte economico” in grado di collegare i diversi Paesi della regione. Non da ultimo, a detta di al-Kadhimi, il progetto rafforzerà la posizione geopolitica irachena a livello sia regionale sia internazionale e creerà opportunità di lavoro sia per la popolazione di Bassora sia dell’Iraq in generale.

Secondo al-Arab, anche l’Iran ha svolto un ruolo nelle questioni che hanno più volte ostacolato lo sviluppo del progetto di al-Faw, esercitando pressione sui suoi alleati iracheni per assegnare la costruzione del porto a una compagnia cinese e non sud-coreana. Più volte la Cina è stata presentata come un partner economico alternativo agli Stati Uniti e all’ala occidentale in generale, in grado di aiutare il Paese mediorientale a uscire dalla sua crisi economica e finanziaria. Tuttavia, sottolinea al-Arab, scopo principale di Teheran è ridurre l’influenza di Washington in Iraq.

È stato il medesimo quotidiano, al-Arab, a mettere in luce come le installazioni petrolifere irachene siano nel mirino dei manifestanti locali sempre più in cerca di lavoro, in un momento in cui il tasso di disoccupazione ha raggiunto il 27%, con quota 36% tra i giovani. Inoltre, il tasso di povertà ammontava al 31,7% alla fine del 2020, secondo le ultime statistiche del Ministero della pianificazione. Di fronte a tale scenario, sono numerosi i cittadini che chiedono opportunità in un settore, quello petrolifero, alla base dell’economia dell’Iraq, e che credono sia monopolizzato da compagnie straniere e manodopera importata, riducendo le possibilità di impiego per i lavoratori locali. Non da ultimo, le aziende straniere sono accusate di non investire nella crescita di talenti iracheni, visto il perdurante declino nei livelli di istruzione della manodopera locale. Il problema è particolarmente evidente nelle città di Bassora, Nasiriya e al-Amara, nel Sud dell’Iraq, dove i tassi di disoccupazione hanno raggiunto livelli senza precedenti.

Come riportato anche dal quotidiano al-Araby al-Jadeed, al momento, “il petrolio non aiuta i poveri dell’Iraq”, il che fa temere lo scoppio di una rivoluzione. Ad aver peggiorato il quadro economico e finanziario dell’Iraq, oltre al malcontento della popolazione, vi è stata altresì la decisione del governo di ridurre il valore del dinaro rispetto al dollaro fino al 23%, causando un aumento dei prezzi delle merci, soprattutto di generi alimentari, alcuni dei quali hanno raggiunto valori due o tre volte superiori alla media, con ripercussioni sulle condizioni di vita della popolazione.

  

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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