Barcone recuperato al largo delle Canarie: morti 4 migranti

Pubblicato il 12 aprile 2021 alle 12:42 in Immigrazione Spagna

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Almeno 4 persone sono state trovate morte su un barcone di migranti avvistato, domenica 11 aprile, al largo delle Isole Canarie, in prossimità di El Hierro. Lo ha riferito la Croce Rossa spagnola, specificando che circa 23 persone si trovavano a bordo dell’imbarcazione e che almeno 16 di loro erano in “gravi condizioni”. Solo per 3 migranti è stato accertato uno stato di salute “buono”. Questi sono stati trasportati in aereo a Tenerife.

Il barcone era stato avvistato da un peschereccio, nella giornata di domenica, a circa 193 chilometri a Sud di El Hierro, una delle più piccole tra le Isole Canarie. Dopo aver ricevuto la comunicazione, le autorità hanno effettuato le operazioni di soccorso, schierando tre elicotteri per portare in sicurezza le persone in difficoltà. 

Il numero di migranti e rifugiati arrivati, privi di documenti, sulle coste delle Isole Canarie, nell’Oceano Atlantico, è stato, nel 2020, più di otto volte superiore alle cifre del 2019. L’effetto del coronavirus in Africa settentrionale e nella regione subsahariana ha spinto un maggior numero di persone a intraprendere la traversata verso l’Europa. Nel 2020, almeno 23.000 persone sono arrivate nell’arcipelago a bordo di barconi, mentre circa 850 sono morte o scomparse lungo il tragitto, secondo i dati del Missing Migrants Project dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (IOM). Tra il primo gennaio e il 31 marzo di quest’anno, invece, sono approdati sulle coste delle isole Canarie circa 3.400 migranti, meno della metà di quelli arrivati sull’arcipelago nello stesso periodo del 2019.

Dal 2014, più di 20.000 migranti e rifugiati sono morti in mare mentre cercavano di raggiungere l’Europa partendo dal continente africano. Più di 17.000 di questi sono deceduti lungo la rotta del Mediterraneo centrale, descritta dalle Nazioni Unite come la più pericolosa al mondo.

Il 7 aprile, la Commissione spagnola per gli aiuti ai rifugiati (CEAR) ha presentato un rapporto in cui ha dichiarato che le Isole Canarie stanno diventando “un nuovo palcoscenico per la politica di contenimento dei migranti”, sul modello della strategia adottata in Grecia. Il documento, dal titolo “Migrazione nelle Isole Canarie: l’emergenza prevedibile” ha messo in luce le caratteristiche di questo sistema, basato sul mantenere i migranti nelle aree insulari come deterrente per le partenze e nel promuovere l’espulsione come iniziativa principale per gestire i flussi migratori. 

Il CEAR ha pertanto affermato che il numero crescente di arrivi nelle Isole Canarie, registrato negli ultimi mesi del 2020, insieme alla mancanza di una strategia a lungo termine, ha portato alla “ripetuta violazione della legge spagnola, con arresti e misure di privazione della libertà senza protezione legale, mancanza di assistenza e di attenzione per i minori non accompagnati, per le potenziali vittime della tratta di esseri umani o per i possibili richiedenti asilo”.

Il rapporto ha individuato anche una serie di proposte per evitare il ripetersi di “situazioni disumane”, come descritto dal coordinatore del CEAR per le Isole Canarie, Juan Carlos Lorenzo. Il documento, nello specifico, include 12 strategie per l’adozione di una “politica migratoria più giusta, efficace ed efficiente”. Le misure prevedono il ridimensionamento del programma di accoglienza umanitaria, dotandolo di una struttura più stabile e flessibile; l’attuazione di una politica di trasferimento agile, trasparente e sistematica; la modifica dei protocolli per l’assistenza ai minori; il miglioramento del coordinamento tra le varie amministrazioni e il coinvolgimento di tutti i Paesi dell’UE tramite il sistema di ricollocamento. 

Durante la presentazione del report, il presidente del Consiglio comunale di Gran Canaria, Antonio Morales, ha dichiarato che le 23.000 persone arrivate nelle isole nel 2020 non sono impossibili da gestire, ma che il governo spagnolo preferisce “utilizzare le Canarie come isole prigione”. Il CEAR ha dunque sottolineato che una gestione inadeguata di un problema strutturale, affrontato con una prospettiva di emergenza, ha fatto sì che l’aumento degli arrivi finisse per trasformarsi in una crisi umanitaria, con migliaia di persone in condizioni al limite. 

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Chiara Gentili

di Redazione

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