Myanmar: attacco letale contro una stazione di polizia

Pubblicato il 10 aprile 2021 alle 11:10 in Asia Myanmar

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Il 10 aprile, un’alleanza formata da 3 gruppi armati del Myanmar, che si oppone alla giunta militare al potere, ha attaccato una stazione di polizia nell’Est del Paese. Almeno 10 poliziotti sono stati uccisi. 

La stazione di polizia di Naungmon, nello Stato orientale di Shan, è stata attaccata la mattina del 10 aprile da combattenti di un’alleanza armata che include l’Esercito di Arakan, l’Esercito di Liberazione Nazionale di Ta’ang e l’Esercito dell’Alleanza Democratica Nazionale del Myanmar. Alcuni media locali hanno riferito che le vittime sono state almeno 10, altri ne hanno riportate 14. La giunta militare al potere nel Paese non ha risposto alle richieste di commento su tali accadimenti, secondo quanto riferito dall’agenzia di stampa Reuters. L’alleanza di gruppi armati contro l’attuale governo rischia di creare ulteriori tensioni nel Paese. 

L’Esercito di Arakan, che recluta i propri membri per lo più dalla maggioranza buddista del Paese, è una milizia attiva nello Stato di Rakhine, dove effettua operazioni volte a imporre una maggiore autonomia della regione dal governo centrale. Gli Arakanesi, che rappresentano il gruppo etnico di maggioranza nello stato di Rakhine, costituiscono circa il 5% della popolazione totale. In tale contesto, i ribelli dell’Esercito di Arakan perseguono l’obiettivo prioritario dell’autodeterminazione del popolo arakanese. Nel novembre 2019, erano stati contati circa 20.000 seguaci dell’Esercito, che era diventato uno dei maggiori gruppi armati di ribelli etnici del Myanmar.  

L’Esercito di Liberazione Nazionale di Ta’ang è l’ala armata dell’organizzazione politica del Palaung State Liberation Front (PSLF). Secondo i dati aggiornati al 3 aprile 2021, il gruppo conta circa 6.000 membri. Il TNLA è noto per la sua opposizione al traffico di droga, che porta avanti distruggendo attivamente campi di papaveri, raffinerie di eroina e laboratori di metanfetamina. Il gruppo è solito arrestare contrabbandieri di oppio e bruciare pubblicamente i narcotici in occasioni speciali per scoraggiare i traffici di droga. Il loro obiettivo principale è raggiungere l’autodeterminazione per il popolo Ta’ang (Palaung). 

Infine, il Myanmar National Democratic Alliance Army (MNDAA) è un gruppo di ribelli armati attivo nella regione di Kokang. L’esercito esiste dal 1989 ed è stato il primo a firmare un accordo di cessate il fuoco con il governo birmano, durato circa due decenni. Il gruppo è stato formato il 12 marzo 1989, dopo che il leader locale del Partito Comunista della Birmania, Pheung Kya-shin, insoddisfatto del governo comunista, si staccò e formò l’MNDAA. Allora, la sua forza armata era compresa tra 1.500 e 2.000 uomini. 

Il Myanmar è un’ex colonia britannica che, dopo aver raggiunto l’indipendenza nel 1948, dal 1962 è stata guidata dall’Esercito fino al 2008 quando è iniziata la transizione democratica che ha portato alle prime elezioni nel 2011. Ad oggi, all’Esercito spetta ancora un quarto delle sedute in entrambe le aule del Parlamento e alcuni ministeri. In tale contesto, Aung San Suu Kyi è l’unica figlia dell’eroe dell’indipendenza nazionale Aung San, assassinato nel 1947, e ha passato molti anni della sua vita, almeno quindici, agli arresti domiciliati, durante il regime militare, per poi essere eletta con un’ampia maggioranza a capo della Lega Nazionale per la Democrazia (NDL) nel 2015.

A seguito delle elezioni dell’8 novembre 2020, l’Esercito ha denunciato frodi elettorali che avrebbero portato alla vittoria, con l’83% dei voti, della Lega Nazionale per la Democrazia (NDL), il partito fino a quel momento al governo, con a capo la presidente uscente Aung San Suu Kyi. Il primo febbraio di quest’anno, l’Esercito del Myanmar ha preso il potere e ha dichiarato lo stato d’emergenza per un anno, a conclusione del quale ha promesso di indire elezioni. La leader Aung San Suu Kyi e altre figure di primo piano del governo civile, tra i quali il presidente Win Myint, sono stati arrestati. I poteri legislativi, esecutivi e giudiziari sono stati trasferiti al comandante in capo delle forze armate, il generale Min Aung Hlaing, mentre il generale Myint Swe è stato nominato presidente ad interim. 

Dal successivo 6 febbraio, sono iniziate le proteste della popolazione contro la giunta militare al potere. Ad oggi, sono state almeno 614 le persone uccise nella repressione violenta delle manifestazioni mentre altre 3.000 sarebbero state arrestate, secondo l’organizzazione per i diritti umani Political Prisoner Aid Association. L’Onu ha annunciato, il 9 aprile, che l’inviata speciale delle Nazioni Unite per il Myanmar, Christine Schraner Burgener, inizierà un tour asiatico per affrontare la crisi in corso nel Paese asiatico. 

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Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

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