Sudan e Qatar: un incontro di alto livello riavvicina i due Paesi

Pubblicato il 9 aprile 2021 alle 20:05 in Qatar Sudan

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Nella sua prima visita a Doha come capo del Consiglio sovrano di transizione sudanese, Abdel Fattah al-Burhan ha dichiarato che il Sudan e il Qatar hanno deciso di riattivare una serie di accordi bilaterali.

Al-Burhan, che di fatto svolge il ruolo di presidente ad interim della nazione, è arrivato nella capitale del Paese del Golfo mercoledì 7 aprile, nell’ambito di una visita volta a discutere soprattutto di questioni commerciali e regionali. Alcuni accordi tra Doha e Khartoum erano stati sospesi dopo la caduta del governo dell’ex presidente sudanese Omar al-Bashir, nell’aprile 2019.

Nella giornata di giovedì 8 aprile, il capo del Consiglio sovrano sudanese ha incontrato l’emiro sceicco del Qatar, Tamim bin Hamad Al Thani nel suo ufficio e, poco dopo, ha tenuto colloqui separati con il primo ministro, Khalid bin Khalifa bin Abdulaziz Al Thani, allo Sheraton Hotel di Doha. “Abbiamo più di 36 accordi e protocolli firmati tra i nostri due Paesi”, ha affermato al-Burhan dopo gli incontri, in conferenza stampa con i giornalisti. “Abbiamo deciso di attivare questi accordi la prossima settimana o quella successiva alla visita in Sudan della delegazione qatariota”, ha aggiunto il presidente del Consiglio di transizione, che ha il compito di guidare il Paese alle elezioni entro la fine del prossimo anno.

Il corrispondente di Al Jazeera, Dorsa Jabbari, in collegamento da Doha, ha riferito che sembrava esserci, da parte di entrambi i Paesi, il desiderio di rafforzare i loro legami bilaterali. “Il Qatar attualmente possiede circa 3,8 miliardi di dollari di investimenti in Sudan ed è evidente la volontà del governo sudanese di aumentarli nelle prossime settimane”, ha sottolineato il giornalista. Jabbari ha poi specificato che, durante la conferenza stampa, al-Burhan avrebbe altresì parlato di una serie di altre questioni. Tuttavia, sul tema della normalizzazione dei rapporti con Israele, avvenuta nell’ottobre del 2020, il politico sudanese si sarebbe rifiutato di rispondere. “Ha detto che i problemi con Israele sono una questione interna del Sudan e ha precisato che non avrebbe commentato”, ha fatto sapere il corrispondente di Al-Jazeera.

Un argomento toccato senza problemi da al-Burhan è stato invece quello della disputa con l’Etiopia sulla realizzazione della cosiddetta grande diga africana, la Grand Ethiopian Renaissance Dam (GERD), in costruzione sul fiume Nilo Azzurro. Il capo del Consiglio sovrano sudanese ha definito la questione “una delle preoccupazioni più urgenti per il Paese” e ha dichiarato: “La diga è un problema. I colloqui e i negoziati vanno avanti da molto tempo. Abbiamo dialogato e avuto incontri con l’Etiopia e con l’Egitto. Ma tutte queste mediazioni non hanno ancora raggiunto una vera soluzione”. 

I suoi commenti sono arrivati due giorni dopo il fallimento dell’ultimo round di negoziati, nella capitale della Repubblica Democratica del Congo, Kinshasa, tra Etiopia, Egitto e Sudan, i tre Paesi coinvolti nel progetto idroelettrico. Il capo di Stato del Congo, Felix Tshisekedi, detiene l’attuale presidenza dell’Unione Africana (UA), l’organizzazione che ha cercato di mediare nella disputa tra Khartoum, Addis Abeba e Il Cairo. Differenze difficili da conciliare riguardano il funzionamento e il riempimento del bacino idrico della diga, da un lato, e il ruolo dei mediatori nella controversia, dall’altro. L’Egitto e il Sudan vogliono che gli Stati Uniti, l’Unione Europea e le Nazioni Unite, oltre all’UA, svolgano un ruolo importante nella supervisione dei negoziati. L’Etiopia, dal canto suo, respinge le richieste e vuole che i colloqui siano guidati esclusivamente dal blocco africano.

“Sto dicendo ai nostri fratelli in Etiopia, non arriviamo al punto in cui si tocca una goccia d’acqua egiziana, perché tutte le opzioni sono aperte”, ha affermato, con tono minaccioso, il presidente egiziano, Abdel Fattah al-Sisi, mercoledì 7 aprile. “Abbiamo assistito al costo degli altri confronti”, ha aggiunto, riferendosi ai passati conflitti regionali. Il ministro sudanese dell’Irrigazione, Yasser Abbas, ha assicurato che “tutte le opzioni sono aperte” anche a Khartoum per affrontare la controversia, ma sempre nel rispetto del diritto internazionale. Abbas ha sottolineato che il mancato raggiungimento di un accordo equo sulla diga minaccerà la pace e la sicurezza della regione.

La GERD è da anni motivo di tensione tra Sudan, Egitto ed Etiopia dal momento che i tre Stati non riescono a trovare un accordo sul riempimento e sul funzionamento del progetto idroelettrico. La controversia riguarda soprattutto Il Cairo e Addis Abeba. Quest’ultima ha avviato la realizzazione della diga, destinata a diventare la più grande del continente, nel 2011, ma da quel momento varie battute di arresto ne hanno rallentato la costruzione. L’Egitto ha sempre mostrato grande preoccupazione in merito. La posizione del Cairo è quella di assicurarsi che la costruzione della GERD non causi danni significativi ai Paesi situati a valle e che il suo riempimento avvenga in maniera graduale, così da non ridurre drasticamente il livello del fiume. Per l’Etiopia, invece, i serbatoi vanno riempiti subito, durante la stagione delle piogge, e, secondo Addis Abeba, il progetto idroelettrico sarà essenziale non solo per sostenere la sua economia, in rapida crescita, ma anche per favorire lo sviluppo di tutta la regione.

La costruzione del più grande sistema idroelettrico africano, dal costo di circa 4,6 miliardi di dollari, dovrebbe generare più di 6.000 megawatt di elettricità. A gennaio, il Ministero dell’Acqua e dell’Energia etiope aveva garantito che, nonostante gli ultimi ritardi e le trattative in sospeso, la diga avrebbe cominciato la sua produzione a fine 2020 e sarebbe diventata pienamente operativa nel 2022. Si pensa che la diga, una volta terminata, renderà l’Etiopia uno dei principali produttori di energia della regione dell’Africa orientale. 

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Chiara Gentili

di Redazione

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