Myanmar: tour asiatico dell’inviata dell’Onu per risolvere la crisi

Pubblicato il 9 aprile 2021 alle 11:59 in Asia Myanmar

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L’Onu ha annunciato, il 9 aprile, che l’inviata speciale delle Nazioni Unite per il Myanmar, Christine Schraner Burgener, inizierà un tour asiatico per affrontare la crisi in corso nel Paese asiatico.

Il portavoce del segretario generale dell’Onu, Stephane Dujarric, ha annunciato che Burgener inizierà il viaggio in Asia dalla Thailandia e visiterà anche la Cina, senza però menzionare la data esatta d’inizio del tour e tutti i Paesi che ne saranno interessati. Dujarric ha però precisato che la giunta militare al potere in Myanmar dal primo febbraio scorso non ha ancora accettato di ricevere Burgener.

Quest’ultima è pronta a riprendere il dialogo con i militari per riportare il Myanmar sulla strada della democrazia e per ripristinare la pace e la stabilità. Al momento, l’inviata speciale ha contatti scritti con la giunta militare ma, per settimane, non vi sono state chiamate telefoniche, quindi, l’obiettivo è la ripresa del dialogo “faccia a faccia”. Burgener sarebbe pronta a recarsi in Myanmar in qualsiasi momento con il sostegno del Consiglio di Sicurezza dell’Onu e spererebbe di poter incontrare anche i leader dell’ex governo civile arrestati, compresi il presidente Win Myint e la leader Aung San Suu Kyi. Intanto, come specificato da Dujarric, Burgener ha chiesto ai Paesi della regione  di utilizzare la propria influenza per risolvere la situazione in Myanmar.

Al momento, i dieci Paesi dell’Associazione delle Nazioni del Sud-Est asiatico (ASEAN), Myanmar, Indonesia, Malesia, Filippine, Singapore, Thailandia, Brunei, Laos, Cambogia e Vietnam, hanno previsto un incontro per la fine del mese in corso sulla questione birmana. All’interno del blocco, secondo quanto riferito da Straits Times, vi sarebbero però divisioni sulla questione. Thailandia, Laos e Cambodia hanno finora ritenuto che gli eventi in corso in Myanmar siano affari interni in cui l’ASEAN non dovrebbe interferire. Singapore, Malesia e Indonesia, invece, hanno dichiarato che l’associazione debba avere un ruolo maggiormente attivo nella risoluzione della crisi birmana.

Il primo febbraio scorso, l’Esercito del Myanmar ha preso il potere e ha dichiarato lo stato d’emergenza per un anno, a conclusione del quale ha promesso di indire elezioni. La leader Aung San Suu Kyi e altre figure di primo piano del governo civile, tra i quali il presidente Win Myint, sono stati arrestati. I poteri legislativi, esecutivi e giudiziari sono stati trasferiti al comandante in capo delle forze armate, il generale Min Aung Hlaing, mentre il generale Myint Swe è stato nominato presidente ad interim. L’Esercito ha giustificato le proprie azioni denunciando frodi elettorali che avrebbero caratterizzato le elezioni nel Paese lo scorso 8 novembre, i cui esiti avevano decretato vincitore con l’83% dei voti la Lega Nazionale per la Democrazia (NDL), il partito fino a quel momento al governo, con a capo la presidente uscente Aung San Suu Kyi. 

Dal successivo 6 febbraio, sono iniziate le proteste della popolazione contro la giunta militare al potere. Ad oggi, sono state almeno 614 le persone uccise nella repressione violenta delle manifestazioni mentre altre 3.000 sarebbero state arrestate, secondo l’organizzazione per i diritti umani Political Prisoner Aid Association. In base a quanto dichiarato funzionari dell’Onu che si occupano di diritti umani, poi, la giunta militare starebbe incrementando l’utilizzo di armi pesanti, quali granate a razzo e frammentazione, mitragliatrici pesanti e cecchini.

La repressione violenta delle proteste ha attirato condanne da più parti della comunità internazionale. La Nuova Zelanda ha tagliato i rapporti con la giunta militare, così come la Corea del Sud, mentre, gli USA, il Canada, il Regno Unito e l’UE hanno adottato sanzioni. Washington ha poi sospeso il Trade and Investment Framework Agreement (TIFA), siglato con il Myanmar il 21 maggio 2013. Da parte sua, la Cina ha finora incoraggiato una soluzione negoziata tra le parti interne al Myanmar e non ha accettato le richieste degli USA di condannare e sanzionare l’Esercito del Myanmar. Tuttavia, dopo che alcune aziende di proprietà cinese a Yangon sono state vandalizzate e date alle fiamme, nella sera del 14 marzo scorso, Pechino aveva chiesto l’intervento delle autorità per impedire il ripetersi di qualsiasi violenza. La giunta militare al potere aveva quindi imposto la legge marziale totale in alcune aree di Yangon.

Il 9 aprile, intanto, il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha previsto un incontro informale con un politico rappresentante del governo civile deposto, Zin Mar Aung.

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

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