Libia: un accordo di cessate il fuoco ancora fragile

Pubblicato il 9 aprile 2021 alle 11:19 in Italia Libia Turchia

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Mentre il ministro della Difesa italiano, Lorenzo Guerini, ha messo in luce la fragilità dell’accordo di cessate il fuoco in Libia, la Turchia ha continuato a inviare mercenari stranieri nel Paese Nord-africano.

Le parole di Guerini sono state riportate dal quotidiano al-Wasat, con riferimento a quanto dichiarato nel corso di una sessione congiunta delle Commissioni Difesa di Camera e Senato, svoltasi a Roma l’8 aprile. In particolare, nonostante i progressi raggiunti a livello politico con la formazione di un nuovo governo di unità nazionale e la nomina di autorità esecutive ad interim, Guerini ha messo in luce la fragilità dell’accordo di cessate il fuoco, siglato il 23 ottobre 2020, il quale risulta essere “minacciato”.

Tale intesa è stata raggiunta in occasione di una riunione del Comitato militare congiunto 5+5, un organismo composto da membri di entrambe le parti belligeranti che per anni si sono affrontate presso i fronti di combattimento libici, l’esercito legato al governo di Tripoli, altresì noto come Governo di Accordo Nazionale (GNA), e l’Esercito Nazionale Libico (LNA). Oltre a una tregua presso tutti i fronti di combattimento libici, le parti hanno concordato di allontanare forze e mercenari stranieri dal Paese entro 90 giorni dalla firma dell’accordo. La scadenza stabilita, tuttavia, non è stata rispettata e, ad oggi, sono diversi i combattenti non libici che continuano a sostare nelle basi del Paese.

Alla luce di ciò, secondo Guerini, la Libia sta assistendo a un delicato processo politico, il quale, però, si è sviluppato sullo sfondo di un cessate il fuoco minacciato dalla perdurante presenza di mercenari e gruppi armati stranieri. L’Italia, da parte sua, si è detta disposta a continuare a stimolare maggiore interesse verso l’ala meridionale della NATO, mentre si farà promotrice di quelle iniziative volte a raggiungere la stabilità della regione mediterranea e Nord-africana. Le parole del ministro italiano sono giunte a pochi giorni di distanza dalla visita del primo ministro, Mario Draghi, recatosi a Tripoli, il 6 aprile, per incontrare le autorità esecutive della Libia neo-elette.

In tale quadro, il quotidiano al-Arabiya, sulla base delle informazioni fornite dall’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani (SOHR) ha riferito che il processo di allontanamento dei mercenari siriani affiliati alla Turchia è stato sospeso. Inoltre, fonti del SOHR affermano che il governo di Ankara ha inviato un nuovo lotto, composto da 380 combattenti, presso i territori libici, dopo che questo era giunto in Turchia dalla Siria. Ad ogni modo, stando a quanto rivelato dalle fonti, tra i mercenari siriani vi è uno stato di malcontento diffuso, alla luce di condizioni economiche pessime e del loro mancato ritorno in patria.

È stato il medesimo SOHR a riferire, il 4 aprile, che, dopo l’operazione condotta il 21 marzo, la Turchia non ha ritirato altri mercenari dalla Libia. In particolare, in tale data, un primo lotto, composto da 120 mercenari siriani, ha lasciato la capitale libica, Tripoli, per dirigersi dapprima in Turchia e poi presumibilmente in Siria, stando a quanto confermato da fonti dell’aeroporto di Mitiga. Secondo fonti definite “informate”, il trasferimento dei mercenari filoturchi rientrava nel quadro di un’intesa regionale volta a porre fine alla presenza di forze straniere in Libia. Tale intesa, a detta delle fonti, era stata raggiunta a seguito di incontri che avevano visto partecipi Egitto, Turchia, Stati Uniti e Russia.

Tuttavia, come affermato da SOHR, tale lotto di mercenari non risulta essere rientrato in Siria e non è chiaro quale sia stata la loro destinazione. Al contempo, l’Osservatorio crede che il ritorno di un numero così ridotto di mercenari sia semplicemente una manovra mediatica della Turchia, la quale continua a non rispettare quanto stabilito nell’accordo di cessate il fuoco. Il SOHR ha monitorato la presenza di più di 6.630 mercenari filoturchi in Libia, i quali sarebbero stati posti alla salvaguardia delle basi turche nel Paese. Inoltre, ha affermato l’Osservatorio, sono diversi i mercenari che non vogliono ritornare in Siria, ma, al contrario preferirebbero recarsi in Europa, passando per l’Italia.

Sono diversi gli attori stranieri che sono intervenuti in Libia nel corso della perdurante crisi, le cui tensioni sono state evidenti sin dal 15 febbraio 2011, data di inizio della rivoluzione e della guerra civile. Tra questi, Russia ed Emirati Arabi Uniti hanno prestato sostegno al generale Haftar, mentre la Turchia ha appoggiato il GNA, inviando altresì mercenari siriani a sostegno dell’esercito tripolino. Si tratta di militanti provenienti dalla divisione di Sultan Murad, un gruppo armato di ribelli attivo nella guerra civile siriana, supportato dalla Turchia e allineato con l’opposizione siriana, dal gruppo Suleyman Shah e da al-Mu’tasim, una fazione affiliata all’Esercito Siriano Libero, una forza armata che mira a rovesciare il presidente siriano, Bashar al-Assad. Ankara, a detta dell’Osservatorio, ha garantito a questi mercenari passaporto turco, incentivi e uno stipendio mensile pari a circa 2.000 dollari.

In generale, secondo le ultime stime delle Nazioni Unite, sono circa 20.000 i combattenti stranieri che sostano tuttora nel Paese Nord-africano, i quali si trovano prevalentemente nelle basi di Sirte, al-Jufra e al-Watiya.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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