Putin-Merkel: colloqui telefonici sul Donbass

Pubblicato il 8 aprile 2021 alle 19:23 in Germania Russia

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Il presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin, ha tenuto, giovedì 8 marzo, colloqui telefonici con la cancelliera tedesca, Angela Merkel. Sul tavolo il “preoccupante” aggravamento della crisi nel Donbass.

Durante la telefonata, la cancelliera tedesca ha invitato Putin a ritirare le forze armate russe dal confine dell’Ucraina Orientale. Il presidente russo, dal canto suo, ha giustificato il massiccio dispiegamento di forze militari russe ribadendo che questa è stata solo una conseguenza delle azioni provocatorie di Kiev. Per Mosca, la soluzione sarebbe attenersi agli accordi di Minsk, sottoscritti il 12 febbraio 2015. Inoltre, Kiev, piuttosto che alimentare il conflitto, dovrebbe tentare di instaurare un dialogo costruttivo con i rappresentanti delle autoproclamate Repubbliche di Donetsk e Lugansk e legalizzare lo status autonomo di tali zone. Questo quanto affermato da Putin.

Gli accordi di Minsk sono composti da due documenti. Il primo piano di pace, denominato protocollo di Minsk, era stato firmato il 5 settembre 2014 dall’Ucraina, dalla Russia, dalla Repubblica Popolare di Donetsk (DNR) e dalla Repubblica Popolare di Lugansk, sotto l’egida dell’OCSE. Tuttavia, l’obbligo per il cessate il fuoco non venne rispettato e i combattimenti proseguirono ulteriormente. Pertanto, un anno dopo, il 12 febbraio 2015, i leader del “quartetto Normandia”, ovvero Germania, Francia, Ucraina e Russia, concordarono un nuovo cessate il fuoco e sottoscrissero un nuovo pacchetto di misure per l’attuazione degli accordi del 2014, l’accordo di Minsk II.

Da una parte, l’Ucraina e i Paesi occidentali sostengono che i separatisti del Donbass siano stati armati, finanziati e supportati dalla Russia. Tuttavia, Mosca ha sempre negato di aver interferito nel conflitto. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha dichiarato, il primo aprile, che l’incremento di truppe russe sulla linea di contatto è stata una mossa di difesa per garantire la “sicurezza del Paese”. In aggiunta, il portavoce ha ribadito che “la Russia non ha preso e non prenderà parte al conflitto armato sul territorio dell’Ucraina”. Ha spiegato che la disputa è esclusivamente interna a Kiev e che la Russia non ha intenzione di “infiammare la guerra civile” e portare a un’escalation della crisi.

È importante ricordare che, il 30 marzo, Merkel e Putin, insieme al presidente della Francia, Emmanuel Macron, avevano già avuto un confronto sulla questione Donbass. A seguito dei colloqui trilaterali, gli analisti avevano contestato la scelta dei tre funzionari di non includere l’Ucraina nei colloqui, paragonando l’evento a quanto accadde, il 30 settembre 1938, alla Cecoslovacchia con l’Accordo di Monaco, sottoscritto da Germania, Gran Bretagna e Francia. Londra e Parigi, per evitare un nuovo conflitto europeo, aderirono alle richieste territoriali di Adolf Hitler sull’annessione della Cecoslovacchia. Sebbene l’Ucraina non sia collegata agli eventi del 1938, gli analisti li hanno citati perché il “tradimento di Monaco” è diventato, nel corso della storia, un chiaro esempio delle politiche di pacificazione che alimentano “l’aggressione revisionista di un Paese”. Nel caso concreto dell’Ucraina, gli esperti hanno evidenziato che Kiev, di fronte all’atteggiamento ritenuto aggressivo della Russia, è determinata ad evitare le sorti della Cecoslovacchia, un Paese che venne arbitrariamente escluso dai colloqui che portarono alla sua disgregazione.

La crisi nel Donbass è iniziata sette anni fa, nel febbraio 2014. All’epoca, nell’Est dell’Ucraina, iniziarono azioni di protesta contro la sostituzione dell’allora presidente ucraino Viktor Janukovič , di stampo filo-russo, con il nuovo governo filo-occidentale che si era insediato a Kiev. I manifestanti, che ritenevano il nuovo esecutivo “illegittimo”, supportavano la federalizzazione del Paese e l’indipendenza delle aree di Donetsk e Lugansk. L’ondata di proteste si tradusse, il 6 aprile 2014, nell’occupazione dei palazzi dei Consigli regionali dei suddetti territori. Il giorno dopo, il 7 aprile, le autorità locali russofone indipendentiste proclamarono la nascita delle Repubbliche popolari di Donetsk e Lugansk. Più tardi, l’11 maggio 2014, il referendum per l’indipendenza delle due aree confermò la volontà dei separatisti. Mosca, che il 16 marzo dello stesso anno aveva “illegalmente” annesso la Crimea al suo territorio, sostenne le due nuove Repubbliche. L’Ucraina non accettò la perdita delle due aree e tentò, a partire da giugno 2014, di riprenderne il controllo.

La tensione nel Donbass è poi recentemente incrementata quando, il 26 marzo 2021, quattro militari delle forze armate ucraine sono stati uccisi nei pressi di Skumy. Kiev ha accusato delle uccisioni la milizia di Donetsk che, però, ha negato il proprio coinvolgimento nella vicenda. Il giorno dopo, il 27 marzo, le forze armate dell’Ucraina hanno bombardato l’autoproclamata Repubblica Popolare di Lugansk (LRD). Successivamente, il 3 aprile, l’attacco di un drone ucraino nella DPR ha causato la morte di due civili, nello specifico di un bambino e di una donna. Secondo quanto riportato dai media locali, l’obiettivo delle forze armate ucraine sarebbe stata la zona residenziale nel villaggio di Aleksandrovsky, situato nel Donbass. Le tensioni sono poi riaumentate il 6 aprile, quando le Forze Armate di Kiev hanno denunciato che l’uccisione di due soldati ucraini. Kiev ha dichiarato responsabili le milizie che sarebbero controllate dalla Russia. Queste ultime, solo il 6 aprile, sono state accusate di aver violato per ben 14 volte le misure di cessate il fuoco concordate tra le parti belligeranti.

 

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Anna Peverieri, interprete di russo e inglese

di Redazione

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