Italia-Mali: Di Maio in missione a Bamako

Pubblicato il 8 aprile 2021 alle 17:22 in Italia Mali

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Il ministro degli Esteri italiano, Luigi Di Maio, si è recato in Mali, giovedì 8 aprile, per una visita di due giorni volta a rafforzare la collaborazione in materia migratoria e di sicurezza. L’agenda del ministro, in base a quanto si apprende da una nota della Farnesina, prevede, tra oggi e domani, una serie di incontri di alto livello a Bamako, capitale del Paese africano. Di Maio vedrà inizialmente l’omologo, Zeini Moulaye, il premier, Moctar Ouane, e il ministro dei maliani all’Estero e dell’Integrazione Africana, Alhamdou Ag Ilyene. Nella giornata di venerdì 9 aprile, invece, il ministro degli Esteri italiano terrà colloqui con il presidente e il vice presidente della Transizione, rispettivamente Bah N’Daw e Assimi Goita.

La Farnesina ha evidenziato che il Mali rappresenta un partner strategico su molti dossier prioritari, tra cui la Libia, la gestione dei flussi migratori e la stabilità del Sahel. La missione nel Paese africano, pertanto, si colloca in un quadro in cui il ruolo che il continente riveste per l’Italia è in continuo aumento, come altresì dimostrato dall’attenzione speciale che sarà dedicata all’Africa dalla Presidenza Italiana del G20.

Importante poi sottolineare, come reso noto dallo stesso Ministero, che Roma aprirà presto un’Ambasciata in Mali. La notizia era già stata annunciata nell’ottobre 2020, quando il governo, su proposta del ministro Di Maio, aveva deliberato l’istituzione di un’Ambasciata italiana a Bamako “alla luce dell’importanza del Mali nel contesto della stabilizzazione della regione del Sahel, dell’aumento dell’azione italiana nella regione e degli interessi nazionali coinvolti”. Similmente, l’ex viceministro agli Esteri, Emanuela Del Re, aveva affermato che si trattava di “un passaggio significativo, che riconosce il rilievo e le prospettive del partenariato italo-maliano nel contesto degli sforzi per la stabilizzazione del Sahel, dove sta crescendo gradualmente la presenza italiana in molteplici settori”. L’apertura di un’Ambasciata a Bamako, in rappresentanza dell’Italia, segue una tendenza avviata da Roma già da qualche anno, sia nella regione saheliana, sia, più in generale, in Africa. A titolo d’esempio, ricordiamo che, di recente, l’Italia ha aperto sue sedi diplomatiche in Guinea, Niger e Burkina Faso.

In Mali, l’Italia contribuisce alla sicurezza del Paese attraverso la partecipazione di un nucleo di istruttori dell’Esercito, impegnati nell’addestramento della unità locali, alla cosiddetta European Union Training Mission (EUTM – MALI). La missione, approvata dall’UE dopo la risoluzione dell’ONU 2056 per l’intervento del luglio 2012 nel Paese, supporta l’addestramento e la riorganizzazione delle Forze Armate maliane (MAF), al fine di contrastare i gruppi terroristici e le milizie irregolari operanti nella nazione africana. La direzione militare delle operazioni è stata assegnata alla Francia.

Nel Paese è attiva anche una missione delle Nazioni Unite (MINUSMA), considerata “la più pericolosa” tra quelle dell’ONU. Il suo dispiegamento è iniziato nell’aprile 2013 e l’operazione è composta da circa 15.000 unità, di cui almeno 12.000 militari. Ha perso più di 140 membri a causa di attacchi terroristici, il numero di vittime più alto di qualsiasi missione di mantenimento della pace delle Nazioni Unite. Solo quest’anno si sono verificati oltre 10 decessi. Il primo luglio 2020, il mandato della MINUSMA è stato esteso per un ulteriore periodo di 12 mesi. L’operazione ha un costo annuo di circa 1,2 miliardi di dollari ed è stata oggetto di numerose critiche per non essere riuscita a contrastare in modo aggressivo l’insurrezione islamista nel Paese.

Nel 2012, il Mali ha dovuto affrontare una rivolta armata scoppiata nel Nord e guidata da membri Tuareg alleati con alcuni combattenti di Al-Qaeda. Nel corso dell’anno, questi sono riusciti a prendere il controllo delle regioni settentrionali. Successivamente, nel 2013, la situazione è peggiorata, con il movimento che è riuscito ad espandersi nelle regioni centrali, provocando l’intervento armato delle forze francesi. Dal 20 gennaio 2013, gli insorti sono stati gradualmente sradicati ed espulsi dai territori del Nord grazie alle operazioni congiunte delle truppe di Francia e Mali. Ciononostante, da allora continuano a verificarsi periodicamente attacchi e scontri, con la conseguente morte di militari e civili. 

Dal Mali, le ostilità si sono presto propagate in Burkina Faso e in Niger, dove militanti affiliati o allo Stato Islamico o ad Al-Qaeda hanno sfruttato la povertà delle comunità più emarginate per fomentare tensioni tra diversi gruppi etnici. Proprio le aree in cui convergono i confini tra Niger, Burkina Faso e Mali sono state contrassegnate dai combattimenti più intensi. Secondo le Nazioni Unite, gli attacchi sarebbero aumentati di cinque volte tra il 2016 e il 2020, anno in cui sarebbero state uccise circa 4.000 persone nei tre Paesi rispetto alle 770 vittime del 2016.

Di fronte alle ostilità transfrontaliere, il primo agosto 2014, la Francia ha lanciato l’operazione Barkhane insieme ai Paesi del G5 Sahel, ovvero Burkina Faso, Ciad, Mauritania, Mali e Niger, per un totale di 5.100 uomini. Tuttavia, lo scorso 19 febbraio, il presidente francese, Emmanuel Macron, ha annunciato di voler effettuare un ritiro parziale delle truppe francesi dalla regione nel Sahel, visto il crescente numero di soldati uccisi nelle operazioni.

In tale quadro, il Mali è considerato uno dei Paesi più insicuri della regione del Sahel, l’area posta a Sud del Sahara. Eserciti e forze di polizia non hanno più il controllo dell’area e ciò pone ulteriori pressioni sui governi locali e i loro partner internazionali, che hanno a lungo lottato per contenere la diffusione della minaccia terroristica in tutta l’Africa occidentale.

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Chiara Gentili

di Redazione