Iraq: le truppe da combattimento degli USA lasceranno il Paese

Pubblicato il 8 aprile 2021 alle 11:18 in Iraq USA e Canada

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Durante l’ultimo round del dialogo strategico, Baghdad e Washington hanno stabilito che le truppe da combattimento statunitensi, impegnate nella lotta allo Stato Islamico, abbandoneranno l’Iraq, mentre le forze degli USA continueranno a fornire consulenza e addestramento.

La notizia è giunta il 7 aprile, giorno in cui delegati iracheni e statunitensi si sono incontrati nel quadro del cosiddetto “dialogo strategico”, promosso dal premier di Baghdad, Mustafa al-Kadhimi, con l’obiettivo di definire il ruolo degli Stati Uniti nel Paese e discutere del futuro delle relazioni economiche, politiche e in materia di sicurezza tra le due parti. Il fine ultimo è creare una sorta di stabilità nell’asse Washington-Baghdad e rafforzare i legami tra i due Paesi sulla base di interessi reciproci.

Al termine dei colloqui del 7 aprile, le due parti hanno rilasciato una dichiarazione congiunta, in cui hanno riferito che le truppe da combattimento inviate da Washington in Iraq non saranno più necessarie in futuro e che la missione delle forze statunitensi consisterà nell’addestramento delle truppe irachene nella lotta ai gruppi terroristici, perlopiù legati allo Stato Islamico, e in attività di consulenza. Al momento, sono circa 2500 i membri del personale USA impegnato in Iraq, accanto ad almeno altri 500 soldati stranieri anch’essi parte della coalizione internazionale anti-ISIS. Tuttavia, non è chiaro quanti di questi andranno via, mentre Baghdad e Washington hanno stabilito che creeranno un comitato tecnico apposito, volto a delineare i meccanismi e le tempistiche per il ritiro dei soldati statunitensi. Come si legge nella dichiarazione congiunta, il fatto che gli Stati Uniti e le altre forze internazionali abbiano deciso di passare da operazioni di combattimento ad altre di addestramento, equipaggiamento e assistenza è indice del successo della loro partnership strategica con le forze di sicurezza irachene, le quali continueranno a ricevere supporto per far sì che l’ISIS non minacci la stabilità dell’Iraq.

Da parte sua, il premier al-Kadhimi ha affermato che quanto stabilito il 7 aprile mira a garantire un ritorno alla normalità in Iraq. Il dialogo intrapreso con gli USA, ha affermato il premier, rappresenta un modo pacifico per risolvere le crisi e per far sì che la popolazione irachena raggiunga la pace e la sicurezza desiderate. Inoltre, il primo ministro ha affermato che, dall’inizio del suo mandato, il 7 maggio 2020, circa il 60% delle truppe della coalizione internazionale anti-ISIS ha abbandonato l’Iraq.

Era stato lo stesso premier a partecipare al round del dialogo strategico del 20 agosto 2020, durante il quale aveva tenuto colloqui con l’ex capo della Casa Bianca, Donald Trump. Le delegazioni incontratesi il 7 aprile, invece, sono state guidate dai ministri degli Esteri dei due Paesi, Fuad Hussein per l’Iraq e Antony J. Blinken per gli Stati Uniti. Oltre a discutere di sicurezza e lotta al terrorismo, i delegati iracheni e statunitensi hanno altresì esaminato questioni legate a economia, energia, ambiente, politica e cultura. Inoltre, mentre Washington ha ribadito il proprio impegno a preservare la sovranità irachena, Baghdad ha confermato che continuerà a salvaguardare la sicurezza del personale statunitense stanziato in Iraq.

Il dialogo strategico è giunto dopo 12 anni dalla ratifica dell’Accordo quadro strategico (SFA), siglato nel 2008 con l’obiettivo di definire i legami USA-Iraq in materia politica, economica e di sicurezza, sulla base di una relazione a lungo termine nel rispetto degli interessi comuni, della sovranità irachena e della stabilità della regione mediorientale. Tuttavia, l’iniziativa è stata resa ancor più necessaria dalle tensioni tra Washington e Teheran, verificatesi tra la fine del 2019 e l’inizio del 2020, che hanno rischiato di trasformare Baghdad in un terreno di scontro per regolare i propri conti.

A tal proposito, sin da ottobre 2019, sono più di 30 gli attacchi contro basi e strutture statunitensi in Iraq, che hanno portato Washington a minacciare una ritorsione contro le milizie irachene filoiraniane, con riferimento alle cosiddette Brigate di Hezbollah, ritenute responsabili di diversi attentati. L’apice delle tensioni è stato raggiunto con la morte del generale a capo della Quds Force, Qassem Soleimani, e del vicecomandante delle Forze di mobilitazione Popolare, Abu Mahdi al-Muhandis, uccisi il 3 gennaio scorso a seguito di un raid ordinato dall’ex capo della Casa Bianca contro l’aeroporto internazionale di Baghdad.

In precedenza, l’Iraq aveva richiesto l’allontanamento delle forze USA dal Paese e aveva mostrato resistenza al dispiegamento di missili Patriot aggiuntivi, timoroso che l’Iran avrebbe considerato la mossa una minaccia e avrebbe innescato ulteriori tensioni nel Paese. Inoltre, gli eventi di dicembre 2019 e gennaio 2020 erano stati considerati una forma di violazione della sovranità irachena da parte di Washington. Motivo per cui il Parlamento di Baghdad, il 5 gennaio, aveva proposto al governo di espellere tutte le forze straniere, e nello specifico statunitensi, dal Paese. Tuttavia, il 30 gennaio, l’esercito iracheno ha riferito che le operazioni con la coalizione contro lo Stato Islamico erano state riavviate.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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