Giordania, parla il re: la crisi è finita

Pubblicato il 8 aprile 2021 alle 17:02 in Giordania Medio Oriente

FacebookTwitterLinkedInEmailCopy Link

Il monarca del Regno hashemita di Giordania, il re Abdullah II, nella sua prima dichiarazione a seguito del tentato colpo di Stato, ha affermato che il fratellastro, il principe Hamzah bin Hussein, è stato posto sotto la sua custodia e che, al momento, sono state avviate indagini su quanto accaduto nei giorni precedenti. La Giordania, a detta del sovrano, può considerarsi al sicuro.

Le parole del re giordano, trasmesse dalla televisione di Stato, sono giunte il 7 aprile, a quattro giorni dall’inizio della vicenda che ha fatto temere un colpo di Stato volto a rovesciare le autorità al potere. In particolare, re Abdullah II, rivolgendosi all’intera nazione, ha affermato che la “sedizione” è da considerarsi conclusa, o, meglio, è stata “stroncata sul nascere”. La crisi, ritenuta essere tra le peggiori dell’ultimo decennio, sebbene non sia stata la più difficile o la più pericolosa per la stabilità del Paese è stata definita dal sovrano la più dolorosa, in quanto ha visto coinvolte persone dentro e fuori alla famiglia reale. Ciò ha provocato rabbia e dolore per re Abdullah, definitosi fratello e tutore della famiglia hashemita, oltre che leader del popolo giordano.

La vicenda ha avuto inizio il 3 aprile, quando le forze armate del Regno hanno annunciato di aver arrestato almeno 20 persone e di aver chiesto all’ex principe ereditario, Hamzah, di cessare tutti i movimenti o le attività che avrebbero potuto minacciare “la sicurezza e la stabilità” del Paese. Tra i detenuti vi è stato anche Bassem Awadallah, un ex ministro di gabinetto e un tempo capo della corte reale. Poi, il giorno successivo, il 4 aprile, il governo di Amman ha accusato il principe di coinvolgimento in un complotto progettato grazie ad aiuti stranieri. Hamzah, da parte sua, ha negato qualsiasi coinvolgimento e ha affermato di essere stato preso di mira per aver criticato il governo giordano, denunciando casi di corruzione e cattiva gestione.

Stando a quanto specificato in una conferenza stampa dal vice primo ministro, Ayman Safadi, i servizi di sicurezza avevano condotto operazioni “mirate”, che avevano portato all’arresto di 14-16 persone, tra cui Hamzah e altre figure a lui vicine, le quali miravano a danneggiare il Regno, facendo prevalere interessi personali. È stata la mediazione di un membro della famiglia reale, il principe Hassan bin Talal, decano della famiglia e zio del monarca, ad aver favorito una de-escalation, già dal 5 aprile, portando Hamzah a firmare una lettera in cui si è detto disposto a “porsi nelle mani di Sua Maestà il re”.

Poi, il 7 aprile, il re Abdullah II ha ufficialmente dichiarato conclusa la questione, affermando che Hamzah si trova con la sua famiglia e risiede nel proprio palazzo, sotto la protezione del sovrano. Il principe, ha specificato il monarca, si è impegnato dinanzi alla famiglia hashemita a seguire il percorso dei propri genitori e nonni, ad essere fedele al loro messaggio e a porre gli interessi della Giordania, la Costituzione e la legge prima di qualsiasi altra considerazione. Ad ogni modo, re Abdullah II ha riferito che sarà condotta un’inchiesta, nel rispetto della legge, e che le mosse future saranno guidate dagli interessi della nazione e del popolo giordano, già alla base di qualsiasi altra decisione del Regno.

Sebbene le tensioni all’interno della corte giordana sembrino essere state placate, sono diversi i dubbi che continuano a destare preoccupazione tra la popolazione. Alcune delle “14-16 persone” arrestate insieme ad Hamzah risultano essere ancora detenute in un luogo sconosciuto. Tra queste vi sono il capo di Stato maggiore del principe Yasser Majali, e il cugino Samir Majali, oltre ai capi di quelle tribù precedentemente schieratesi a sostegno della monarchia, ma da cui il re Abdullah II si è progressivamente allontanato. Inoltre, le autorità giordane hanno imposto il divieto di pubblicare contenuti mediatici sul caso Hamzah, una mossa che ha messo in luce la delicatezza della controversia e il modo di agire del Regno. A tal proposito, il 7 aprile, un Internet provider è rimasto fermo per diverse ore e i residenti della capitale Amman hanno riferito di aver visto aerei ed elicotteri militari sorvolare durante la notte. “Le persone non sono sicure di cosa stia succedendo”, ha dichiarato un cittadino giordano, aggiungendo: “Questo è terrificante”. Non da ultimo, l’aver parlato di un sostegno internazionale al complotto, senza chiarirne i possibili partecipanti, ha aperto la strada a diverse speculazioni, che vedono coinvolta anche l’Arabia Saudita, nonostante Riad sia stata tra i primi ad esprimere il proprio sostegno al re Abdullah II.

Ad ogni modo, ciò che si teme è che il caso Hamzah, con le sue occasionali critiche pubbliche alla corruzione diffusa e alla cattiva gestione del governo, possa scatenare una mobilitazione popolare più ampia. Ad alimentarla, vi è una crisi economica esacerbata dalla pandemia di Coronavirus, che vede una persona su quattro senza lavoro e un crescente malcontento, i cui segnali sono stati già percepibili nel corso di sporadiche proteste.

 

Leggi Sicurezza Internazionale, il quotidiano italiano interamente dedicato alla politica internazionale

Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

Al fine di migliorare la tua esperienza di navigazione, questo sito utilizza i cookie di profilazione di terze parti. Chiudendo questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante acconsenti all’uso dei cookie.