Tentato colpo di Stato in Giordania: una tregua ancora fragile

Pubblicato il 7 aprile 2021 alle 12:44 in Giordania Medio Oriente

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La mediazione del principe Hassan bin Talal, il decano della famiglia reale hashemita, ha portato il principe Hamzah di Giordania a dichiarare la propria fedeltà al monarca del Regno. Tuttavia, i timori di nuove tensioni non sono del tutto dissipati.

Dopo giornate caratterizzate da quella che è stata definita una “faida pubblica” all’interno della corte giordana, una lettera del 5 aprile, firmata dal principe Hassan, ha posto fine a una escalation che aveva fatto temere un colpo di Stato volto a rovesciare le autorità al potere e, in particolare, il re Abdullah II, fratellastro di Hamzah. A tal proposito, il ministro degli Esteri, Ayman Safadi, ha specificato che le manovre del principe, accusato di aver architettato un complotto sostenuto anche da attori internazionali, sono state tenute sotto controllo, prevenendo in tempo qualsiasi azione destabilizzante. A detta di Safadi, obiettivo di Hamzah era non solo destabilizzare il Paese, ma altresì alimentare malcontento tra la popolazione giordana, anche a fronte di un quadro economico in deterioramento, così da porsi come una valida alternativa.  Successivamente alla lettera del fratellastro di Abdullah II, le autorità giordane hanno vietato la diffusione di eventuali immagini, video e contenuti mediatici di diverso tipo relativo al caso, fino a quando non sarà emanata una decisione finale.

Ad oggi, però, la vicenda continua ad essere caratterizzata da ambiguità. Alcune delle “14-16 persone” arrestate insieme ad Hamzah risultano essere ancora detenute in un luogo sconosciuto. Tra queste vi sono il capo di Stato maggiore del principe Yasser Majali, e il cugino Samir Majali. Parallelamente, sono stati espressi dubbi su quanto riferito dal governo di Amman. In particolare, una registrazione ottenuta dal New York Times, relativa a una conversazione tra Hamzah e il capo dell’esercito giordano, Yousef Huneiti, rivela che il primo, in realtà, non ha mosso critiche contro il re Abdullah II, ma sarebbero stati altri a farlo, nel corso di incontri in cui si era discusso delle prestazioni del governo di Amman e del principe ereditario. “Le persone hanno iniziato a parlare più di quanto avrebbero dovuto”, ha affermato Huneiti nel corso della telefonata con Hamzah. Inoltre, anche membri della famiglia Majali hanno messo in dubbio la partecipazione dei propri familiari in un complotto internazionale.

La Giordania è stata a lungo considerata un baluardo di stabilità in una regione turbolenta. Tuttavia, la pandemia di Coronavirus ha esacerbato un quadro economico già fragile e le critiche di Hamzah rivolte contro la classe al potere potrebbero alimentare maggiormente il malcontento della popolazione, già consapevole della cattiva gestione del governo e delle violazioni dei diritti umani. Anche la decisione di impedire la pubblicazione di contenuti mediatici sul caso Hamzah ha messo in luce una politica propria del Regno hashemita. Sebbene alcuni abbiano affermato che quanto accaduto possa rappresentare una spinta per il sovrano per sanare le divergenze interne alla famiglia reale e sostenere lo stato di diritto, vi è chi crede che re Abdullah II debba, ora, salvare l’immagine della corte e della monarchia hashemita, oltre a preservare l’unità della società. Per fare ciò, potrebbe essere necessario accelerare il cammino verso le riforme necessarie a cambiare il sistema politico.

Secondo alcuni esperti, poi, la cui opinione è stata riportata dal quotidiano al-Arab, particolare attenzione dovrebbe essere rivolta verso le tribù giordane, considerate essere parte integrante della società, oltre che uno dei pilastri dello Stato moderno. I sovrani succedutisi nel Regno hanno provato ad avvicinarsi a tale componente sociale, ma, negli ultimi anni, il re Abdullah II sembra essersi sempre più allontanato, probabilmente temendo di vedere minata la propria leadership. Al contrario, il principe Hamzah ha mostrato un crescente interesse verso i clan giordani, protagonisti della mobilitazione popolare del 2018 e tra le principali voci critiche del governo di Amman.

Gli analisti ritengono che la vicinanza del principe Hamzah con i membri della tribù e le sue occasionali critiche pubbliche alla corruzione diffusa e alla cattiva gestione possano essere alla base di una crisi più ampia. Mentre sarà possibile placare la questione tra Abdullah II e il suo fratellastro, la rabbia della popolazione potrebbe scoppiare da un momento all’altro. Motivo per cui, secondo gli analisti, è necessario che il monarca giordano recuperi il rapporto con le tribù giordane e si impegni a mettere in atto quelle riforme, soprattutto politiche, promesse da tempo.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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