Mali: oltre 40 terroristi uccisi in una controffensiva di MINUSMA

Pubblicato il 6 aprile 2021 alle 18:24 in Africa Mali

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In Mali, più di 40 jihadisti, tra cui un comandante senior del Gruppo per il Supporto dell’Islam e dei Musulmani (GSIM), un affiliato di al-Qaeda attivo nel Sahel, sono stati uccisi in una controffensiva lanciata dai caschi blu delle Nazioni Unite dopo un attacco contro la base della missione, la scorsa settimana. Il 2 aprile, l’operazione di peacekeeping dell’ONU in Mali (MINUSMA) aveva riferito che 4 suoi membri, provenienti dal Ciad, erano rimasti uccisi in un attentato condotto dai terroristi armati nella cittadina di Aguelhok, nella regione Nord-orientale di Kidal. Oltre ai 4 decessi, le forze dell’Onu avevano registrato anche 34 feriti che erano stati evacuati in elicottero. I jihadisti avevano utilizzato “armi pesanti” per colpire il contingente delle Nazioni Unite.

Rispondendo all’offensiva, l’Onu ha dichiarato che almeno 40 dei circa 100 aggressori sono stati successivamente uccisi in un contrattacco di MINUSMA, durato almeno tre ore. Il capo della missione, Mahamat Saleh Annadif, ha comunicato il bilancio lunedì 5 aprile, dopo una perquisizione sul campo di battaglia. “Ad oggi, abbiamo contato più di 40 terroristi morti, incluso un braccio destro di Iyad Ag Ghaly, chiamato Abdallaye Ag Albaka”, ha riferito Annadif ai giornalisti. Ag Ghaly, un jihadista veterano, è il leader del GSIM, mentre Ag Albaka, ex sindaco della città di Tessalit, è stato a lungo considerato uno dei luogotenenti di Ag Ghaly e a lui era stato affidato un ruolo militare di alto livello nel Nord del Paese, culla dell’insurrezione ribelle del 2012. Una fonte di sicurezza delle Nazioni Unite, parlando in condizione di anonimato, ha affermato che Ag Albaka era il numero tre del gruppo.

“Le forze di pace hanno inflitto una grave battuta d’arresto ai terroristi, questo è certo, anche se piangiamo la morte di quattro forze di pace”, ha concluso Annadif, che è anche rappresentante speciale del Segretario generale per il Mali. Quattro jihadisti sono stati altresì catturati, il 2 aprile, poco dopo l’offensiva contro la base di MINUSMA, e consegnati alle forze armate maliane. 

La missione dell’ONU nel Paese africano, il cui dispiegamento è iniziato nell’aprile 2013, è composta da 15.000 unità, di cui 12.000 militari. Ha perso più di 140 membri a causa di attacchi terroristici, il numero di vittime più alto di qualsiasi missione di mantenimento della pace delle Nazioni Unite. Solo quest’anno si sono verificati 10 decessi. Il primo luglio 2020, il mandato della MINUSMA è stato esteso per un ulteriore periodo di 12 mesi. L’operazione ha un costo annuo di circa 1,2 miliardi di dollari ed è stata definita come “la più pericolosa” tra le operazioni di peacekeeping dell’Onu. La forza è stata oggetto di numerose critiche per non essere riuscita a contrastare in modo aggressivo l’insurrezione.

Nel 2012, il Mali ha dovuto affrontare una rivolta armata scoppiata nel Nord e guidata da membri Tuareg alleati con alcuni combattenti di Al-Qaeda. Nel corso dell’anno, questi sono riusciti a prendere il controllo delle regioni settentrionali. Successivamente, nel 2013, la situazione è peggiorata, con il movimento che è riuscito ad espandersi nelle regioni centrali, provocando l’intervento armato delle forze francesi. Dal 20 gennaio 2013, gli insorti sono stati gradualmente sradicati ed espulsi dai territori del Nord grazie alle operazioni congiunte delle truppe di Francia e Mali. Ciononostante, da allora continuano a verificarsi periodicamente attacchi e scontri, con la conseguente morte di militari e civili. Inizialmente le azioni terroristiche erano concentrate nel deserto del Nord ma, nel corso del tempo, si sono estese anche al centro e al Sud del Paese. 

Dal Mali, le ostilità si sono presto propagate in Burkina Faso e in Niger, dove militanti affiliati o allo stato Islamico o ad Al-Qaeda hanno sfruttato la povertà delle comunità più emarginate per fomentare tensioni tra diversi gruppi etnici. Proprio le aree in cui convergono i confini tra Niger, Burkina Faso e Mali sono state contrassegnate dai combattimenti più intensi. Secondo le Nazioni Unite, gli attacchi sarebbero aumentati di cinque volte tra il 2016 e il 2020, anno in cui sarebbero state uccise circa 4.000 persone nei tre Paesi rispetto alle 770 del 2016.

Di fronte alle ostilità trans-frontaliere, il primo agosto 2014, la Francia ha lanciato l’operazione Barkhane insieme ai Paesi del G5 Sahel, ovvero Burkina Faso, Ciad, Mauritania, Mali e Niger, che conta un totale di 5.100 uomini. Tuttavia, lo scorso 19 febbraio, il presidente francese, Emmanuel Macron, ha annunciato di voler effettuare un ritiro parziale delle truppe francesi dalla regione nel Sahel, visto il crescente numero di soldati uccisi nelle operazioni.

In tale quadro, il Mali è considerato uno dei Paesi più insicuri della regione del Sahel, l’area posta a Sud del Sahara. Eserciti e forze di polizia non hanno più il controllo dell’area e ciò pone ulteriori pressioni sui governi locali e i loro partner internazionali, che hanno lottato a lungo per contenere la diffusione della minaccia terroristica in tutta l’Africa occidentale.

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Chiara Gentili

di Redazione

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