La Russia minaccia l’Ucraina

Pubblicato il 6 aprile 2021 alle 15:52 in Il commento Russia Ucraina

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L’ambasciatore Russo a Roma, Sergey Razov, ha duramente criticato gli Stati Uniti. Razov, commentando la vicenda di Walter Biot, si è sostanzialmente scusato con l’Italia e poi ha aggiunto che la Casa Bianca sta spingendo i rapporti tra l’Europa e la Russia ai tempi della guerra fredda. Poche ore dopo, è giunta la notizia che l’esercito russo è pronto ad attaccare l’Ucraina, nel caso in cui i soldati americani fossero inviati a stazionare in quel Paese, come pare che Biden abbia ipotizzato l’atro ieri, durante una lunga telefonata con il presidente ucraino Zelenskiy. Nessuno deve stupirsi. Putin ha già attaccato l’Ucraina, invadendo e annettendo un suo territorio nel 2014, la Crimea, e inviando armi e mercenari per assicurarsi il controllo della parte est del Paese, nota come Donbass. L’Ucraina è divisa in una metà fedele al blocco occidentale e una metà fedele alla Russia, che concepisce l’Ucraina come uno Stato cuscinetto tra sé e la Nato. Tutto questo spiega la dichiarazione impressionante di Sergei Lavrov, il ministro degli Esteri russo, il quale ha dichiarato che uno scatto in avanti di Biden “potrebbe concludersi nella distruzione dell’Ucraina”. La diplomazia italiana dev’essere pronta a uno scenario di guerra sotto la presidenza Biden giacché è un suo dovere etico dare per certo ciò che le persone comuni ritengono possibile affinché non si faccia mai trovare impreparata. Per un ambasciatore, farsi cogliere di sorpresa è la più grande vergogna della sua carriera. Gli ambasciatori, che molti immaginano come paciosi padroni di casa che organizzano ricevimenti nei loro sontuosi appartamenti, sono le “vedette” più importanti di uno Stato. In primo luogo, gli ambasciatori interagiscono direttamente con i servizi segreti, come abbiamo spiegato su queste colonne mercoledì. Tutte le spie del mondo, incluse quelle che passeggiano a Roma, si muovono dentro e intorno alle ambasciate. La ragione è semplice: i servizi segreti dipendono dai governi, di cui le ambasciate sono un prolungamento fisico. L’ambasciatore russo a Roma e Putin sono la stessa persona, così come l’ambasciatore italiano a Mosca, Pasquale Terracciano, e Mario Draghi, sono una persona sola. I capi di governo sono gli unici uomini ad avere il dono dell’ubiquità, cioè il potere di trovarsi in più luoghi contemporaneamente, grazie agli ambasciatori, che sono i servitori più fedeli dello Stato perché la loro psicologia viene modellata, attraverso un lungo processo educativo, affinché raggiungano un livello di identificazione totale con lo Stato. Questa premessa è fondamentale per comprendere che le parole dell’ambasciatore russo a Roma sono le parole di Putin.

La domanda è: se davvero Biden decidesse di assumere una posa muscolare in Ucraina, che cosa dovrebbe fare l’Italia? Le risposte, in politica internazionale, dipendono da ciò che è utile allo Stato. Quando Luigi Di Maio afferma che una certa operazione è giusta, è perché gli ambasciatori gli hanno spiegato che quell’operazione è utile al Paese. Ne consegue che, per stabilire ciò che è giusto in Ucraina, dobbiamo capire che cosa è utile all’Italia. Allo Stato italiano sono utili due cose. In primo luogo, è utile che non scoppi la guerra e questo rende giusta la pace in Ucraina. In secondo luogo, è utile che l’Italia abbassi i toni sullo scandalo della spia russa, cosa che l’ambasciatore russo a Roma, e quindi Putin, sta cercando di fare. La ragione per cui all’Italia è utile abbassare i toni è semplice da spiegare. L’Italia, arrestando le spie, ha fatto un figurone. Ha dimostrato di essere fedele agli Stati Uniti e di disporre di servizi segreti molto efficienti. Ora però l’Italia, in un clima di tensioni crescenti in Ucraina, deve cercare di mantenere i suoi rapporti tradizionali con la Russia per non perdere il suo ruolo di mediatrice, senza il quale perde ogni funzione. L’Italia non può partecipare alle guerre e non può vendere armi ai Paesi in stato di conflitto armato. L’Italia media oppure è marginale. Nello scandalo delle spie, è la moderazione che deve prevalere.

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Alessandro Orsini

Articolo apparso sul “Messaggero”, riprodotto per gentile concessione del direttore.

di Redazione

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