Giordania: verso una distensione delle tensioni

Pubblicato il 6 aprile 2021 alle 8:35 in Giordania Medio Oriente

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Il principe Hamzah di Giordania ha firmato una lettera in cui ha promesso di restare fedele al suo fratellastro, il monarca giordano, il re Abdullah II.

La lettera è giunta il 5 aprile, dopo giornate di tensioni all’interno della corte giordana, derivanti dai timori di un possibile colpo di Stato volto a rovesciare le autorità al potere. Stando alle notizie diffuse dalla corte reale, il principe si è ora detto disposto a “porsi nelle mani di Sua Maestà il re”, rimanendo fedele al monarca e ai suoi antenati, oltre a rispettare i principi della Costituzione del Regno hashemita. “Sosterrò sempre sua Maestà e il suo principe ereditario”, è stato altresì affermato dal principe Hamzah. Tale risultato, rivelano fonti di palazzo, è stato raggiunto dopo un incontro con principe Hassan, zio del monarca giordano, e altri principi, tenutosi nella medesima giornata del 5 aprile. Inoltre, è stato lo stesso re Abdullah II ad accettare di mediare per sanare le spaccature createsi all’interno della famiglia reale. “Gli interessi della patria devono rimanere al di sopra di qualsiasi considerazione”, si legge nella lettera firmata da Hamzah, il quale ha evidenziato la necessità di salvaguardare la Giordania e i suoi interessi.

La questione ha avuto inizio il 3 aprile, quando le forze armate del Regno hanno annunciato di aver arrestato almeno 20 persone e di aver chiesto all’ex principe ereditario, Hamzah, di cessare tutti i movimenti o le attività che avrebbero potuto minacciare “la sicurezza e la stabilità” del Paese. Tra i detenuti vi è anche Bassem Awadallah, un ex ministro di gabinetto e un tempo capo della corte reale. Poi, il giorno successivo, il 4 aprile, il governo di Amman ha accusato il principe di coinvolgimento in un complotto progettato grazie ad aiuti stranieri. Stando a quanto specificato in una conferenza stampa dal vice primo ministro, Ayman Safadi, i servizi di sicurezza avevano condotto operazioni “mirate”, che avevano portato all’arresto di 14-16 persone, tra cui Hamzah e altre figure a lui vicine, le quali miravano a danneggiare il Regno, facendo prevalere interessi personali. Tuttavia, ha specificato Safadi, il re Abdullah II aveva riferito di voler mediare con il principe sotto accusa, tramite persone appartenenti alla famiglia reale. Hamzah, da parte sua, ha negato qualsiasi coinvolgimento e ha affermato di essere stato preso di mira per aver criticato il governo giordano, denunciando casi di corruzione e cattiva gestione.

Il principe Hamzah è il figlio maggiore del defunto re Hussein e della sua quarta moglie, la regina Noor, ed è il fratellastro minore dell’attuale sovrano della Giordania. Dopo essere stato principe ereditario per quattro anni, nel 2004, il suo titolo reale è stato revocato, per essere trasferito al figlio dell’attuale monarca, Hussein. Nel corso degli anni, il principe ha ricoperto diversi ruoli sia all’interno della corte sia nelle forze armate, ma, al contempo, si è rivelato essere una voce critica della monarchia, accusata di corruzione, nepotismo e autoritarismo. Anche in una dichiarazione video rilasciata alla BBC, Hamzah, oltre a confermare di non poter uscire, comunicare o incontrare persone, aveva affermato: “Non sono io il responsabile del declino nella governance, della corruzione e dell’incompetenza che sono state prevalenti nella struttura di governo negli ultimi 15-20 anni, peggiorando di anno in anno”. Dopo tale video, all’ex principe ereditario era stato chiesto di non spostarsi e di evitare di pubblicare contenuti sui social media.

La questione ha ricevuto eco a livello internazionale. Sono stati diversi i Paesi che hanno mostrato il proprio sostegno al re Abdullah II, di fronte ai crescenti timori di un colpo di Stato, che avrebbe potuto esacerbare ulteriormente il quadro interno del Regno. A tal proposito, il portavoce del Dipartimento di Stato degli USA, Ned Price, aveva affermato che Washington stava monitorando la vicenda ed era in stretto contatto con i funzionari locali. Per gli USA il re Abdullah è un “partner fondamentale”. In realtà, la Giordania stessa rappresenta un alleato fondamentale in Medio Oriente per gli Stati Uniti, soprattutto per quanto riguarda le operazioni antiterrorismo a guida statunitense.

Anche l’Arabia Saudita ha rilasciato una dichiarazione sui fatti del 3 aprile ribadendo “pieno sostegno” al Regno hashemita di Giordania e alle “decisioni e misure adottate dal re Abdullah II e dal principe ereditario Hussein per preservare la pace e la stabilità”. Allo stesso modo, anche l’Egitto, il Bahrain, il Consiglio di Cooperazione del Golfo, il Libano, il Kuwait, l’Iraq, il Qatar, lo Yemen, la Palestina, la Lega araba e gli Emirati Arabi Uniti (UAE) hanno ribadito il proprio sostegno ad Amman.

All’interno della Giordania sono diversi i cittadini che si sentono frustrati per un’economia in continuo peggioramento. Motivo per cui, alcuni credono che, sebbene la disputa tra i due fratellastri sia finita per ora, le divergenze più profonde e la crescente crisi economica non verranno risolte nel breve termine. Risalgono al 13 marzo scorso le ultime proteste, dopo che nove pazienti, affetti da Covid-19, sono deceduti a causa della mancanza di forniture di ossigeno in un ospedale situato nei pressi della capitale Amman. A seguito dell’accaduto, il ministro della Salute, Natheir Obeidat, si è dimesso, assumendosi le responsabilità “morali” dell’accaduto, mentre gruppi di manifestanti sono scesi in piazza, evidenziando negligenza, corruzione e cattiva gestione all’interno dell’esecutivo. In tale occasione, proprio il principe Hamzah si era recato a casa dei familiari delle nove vittime. Secondo alcuni, il gesto mirava a contrastare quello del re Abdullah II che, invece, era andato in ospedale per placare le crescenti tensioni. 

 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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