Turchia: 10 ufficiali arrestati per le critiche al Canale di Istanbul

Pubblicato il 5 aprile 2021 alle 9:31 in Medio Oriente Turchia

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Il 5 aprile, le autorità turche hanno arrestato 10 ufficiali della Marina in pensione, a seguito della pubblicazione di una lettera firmata da oltre 100 ammiragli che solleva dubbi sui piani di Ankara per la navigabilità delle acque turche. 

I pubblici ministeri hanno anche ordinato ad altri 4 sospetti di fare rapporto alla polizia di Ankara entro tre giorni, scegliendo di non detenerli a causa della loro età. I militari sono stati accusati di “aver usato la forza e la violenza per sovvertire l’ordine costituzionale”, secondo quanto ha riferito l’emittente televisiva NTV.

Gli arresti arrivano a seguito della pubblicazione, il 4 aprile, di una lettera firmata da oltre 100 ufficiali della Marina militare turca nella quale viene criticato un progetto dell’esecutivo per lo sviluppo di un passaggio marittimo a Istanbul, sul modello del canale di Panama o di Suez. La missiva in questione è stata fortemente condannata dal governo, secondo il quale la mossa “ricorda i tempi dei colpi di Stato” in Turchia. A tale proposito, il Ministero della Difesa turco, guidato da Hulusi Akar, ha affermato che il testo “non aveva altro scopo che minare la nostra democrazia”.

Nella lettera, gli ammiragli hanno sottolineato che era “preoccupante” aprire un dibattito riguardante la Convenzione di Montreux, definendo tale intesa un accordo che “protegge al meglio gli interessi turchi”. La Convenzione garantisce il libero passaggio attraverso lo stretto del Bosforo e dei Dardanelli delle navi civili sia in tempo di pace che di guerra. Inoltre, questa regola l’utilizzo dello stretto da parte di navi militari provenienti da Stati che non si affacciano sul Mar Nero. Il timore potrebbe essere legato alle criticità legate al passaggio di mezzi bellici stranieri, in relazione alla sicurezza della regione. 

Kanal Istanbul, o il Canale di Istanbul, è tra i più ambiziosi progetti del presidente turco, Recep Tayyip Erdogan. Questo ha più volte fatto riferimento ai suoi “progetti folli”, in riferimento alle riforme che hanno interessato le infrastrutture, tra cui aeroporti, ponti, strade e tunnel, durante i suoi 18 anni al potere. Inoltre, è importante sottolineare che, durante la storia recente della Turchia, l’esercito turco ha svolto il ruolo di garante della Costituzione laica del Paese e ha anche organizzato 3 colpi di Stato tra il 1960 e il 1980. 

A tale proposito, il 15 luglio 2020, la Turchia ha celebrato il quarto anniversario del “fallito colpo di Stato” del 2016. Ben 151 persone sono state condannate all’ergastolo, in una delle più importanti sentenze relative a tale episodio. Tra i condannati figuravano numerosi generali e ufficiali dell’esercito, che avevano preso il controllo del quartier generale dello Stato Maggiore. Questi avevano poi fatto prigioniero il generale Hulusi Akar, che al tempo era capo delle forze armate e ora è ministro della Difesa della Turchia. I media turchi hanno riferito che 128 di questi individui hanno ricevuto “condanne a vita aggravate”, che prevedono condizioni dure senza condizionale. Molti degli imputati sono stati condannati a numerosi ergastoli per crimini che vanno dall’omicidio al tentativo di rovesciare l’ordine costituzionale.

Ergastolo anche per Fethullah Gulen, l’imam e politologo turco che vive negli Stati Uniti, fondatore dell’omonimo movimento politico. Ankara aveva immediatamente accusato Gulen di aver orchestrato il colpo di Stato del 2016, ma l’imam nega di aver mai preso parte a tali iniziative. I critici del presidente turco, invece, accusano Erdogan di aver utilizzato il putsch fallito come pretesto per fermare il dissenso, in particolare tramite fenomeni di epurazione e censura. L’arresto di personalità ritenute vicine al religioso corrisponde alla politica portata regolarmente avanti da Erdogan in seguito al tentato golpe.

Dal fallimento del colpo di Stato a oggi, la Turchia ha avviato frequenti opere di repressione del dissenso e purghe statali, incarcerando oltre 100mila persone, licenziando 150mila impiegati pubblici e membri delle forze armate e facendo chiudere decine di giornali e mezzi d’informazione. Ankara, da parte sua, afferma invece che le misure sono necessarie per combattere le minacce alla sicurezza nazionale. La Turchia aveva richiesto l’estradizione dell’imam turco, senza però avere successo. I funzionari degli Stati Uniti hanno dichiarato che le prove presentate contro Gulen sono insufficienti e non sarebbero ritenute sufficienti per un processo, in un tribunale americano.

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Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

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