Sudan: scontri nel Darfur, almeno 18 morti

Pubblicato il 5 aprile 2021 alle 18:05 in Africa Sudan

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Diciotto persone sono state uccise e almeno 54 sono rimaste ferite in una serie di scontri tribali nella città sudanese di Geneina, nel Darfur occidentale. Lo hanno riferito, lunedì 5 aprile, i medici della zona, contattati dall’agenzia di stampa Reuters. L’episodio segna un nuovo spargimento di sangue nella regione dopo un’escalation di violenze ripresa a inizio anno.

Nello specifico, nelle prime settimane di gennaio, almeno 129 persone erano state uccise nei vari scontri tra gruppi etnici rivali, soprattutto tra membri delle tribù Masalit e Fallata. A Geneina, il 16 e 17 gennaio, gli attacchi erano scoppiati a seguito di una rissa in cui un membro dei Masalit aveva ucciso un uomo di una tribù araba. Dopo quegli episodi, consistenti rinforzi militari erano stati stanziati nella capitale dello Stato del Darfur occidentale. Tuttavia, fonti locali hanno riferito che, da allora, le forze dell’esercito sudanese si sono in gran parte ritirate.

Gli ultimi scontri sono iniziati sabato 3 aprile, sempre tra tribù Masalit e arabe, e si sono intensificati domenica 4 e lunedì 5 in tutta la città e nei dintorni, ha riferito in una nota il Comitato dei medici del Darfur occidentale. I residenti di Geneina e un bollettino interno sulla sicurezza redatto dalle Nazioni Unite hanno riportato l’uso di armi pesanti e di lanciarazzi, con immagini e video in cui si vedono colonne di fumo alzarsi dai quartieri della città.

Le violenze nel Darfur sono riesplose dopo che le forze di pace delle Nazioni Unite e dell’Unione Africana hanno dichiarato conclusa la loro missione nel Paese, il 31 dicembre 2020. In tale data l’UNAMID, attiva da 13 anni in Sudan, ha affermato che il governo di Khartoum si sarebbe assunto tutta la responsabilità di provvedere alla sicurezza della regione e di fornire ai residenti i servizi necessari. A partire dal primo gennaio 2021, le truppe e il personale di polizia della missione si sono impegnate nel ritiro dei propri uomini (circa 8.000), che avverrà, in maniera graduale, durante un arco temporale di sei mesi. La missione congiunta delle Nazioni Unite e dell’Unione Africana dovrebbe essere sostituita da una forza nazionale che includerà alcuni ex ribelli del Darfur. Funzionari sudanesi hanno affermato che i primi soldati si stanno già schierando, ma i residenti e alcuni diplomatici temono che il ritiro di UNAMID lascerà i civili più vulnerabili.

Poco prima, il 3 ottobre, il governo e alcuni gruppi ribelli erano arrivati alla conclusione di uno storico accordo di pace. L’intesa ha riguardato una serie di questioni spinose quali la proprietà delle terre, risarcimenti e compensi in materia di ricchezza e condivisione del potere, così come il ritorno dei rifugiati e degli sfollati interni del Paese. Le ex forze ribelli si sono impegnate a deporre le armi, ma decenni di conflitto hanno lasciato la vasta regione occidentale divisa da aspre rivalità. Le questioni chiave includono ancora la proprietà della terra e l’accesso all’acqua. 

Ciononostante, gli attacchi da parte di membri delle tribù arabe che l’ex presidente sudanese Omar al-Bashir aveva armato si sono intensificati e gli scontri tribali sono aumentati nella regione. Il conflitto nel Darfur va avanti dal febbraio 2003, quando le forze governative e le milizie arabe sono state accusate di atrocità diffuse mentre combattevano per sopprimere i ribelli, per lo più non arabi. Si stima che circa 300.000 persone siano state uccise e almeno 1,5 milioni di residenti siano ancora senza dimora. A gennaio 2021, il Segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha espresso profonda preoccupazione per le violenze nel Darfur. Il suo portavoce, Stephane Dujarric, ha dichiarato, a nome del capo dell’organizzazione: “Il Segretario generale invita le autorità sudanesi a compiere tutti gli sforzi per allentare la situazione e porre fine ai combattimenti, ripristinare la legge e l’ordine e garantire la protezione dei civili”.

Il Sudan sta attraversando una fragile transizione dalla cacciata del presidente Omar al-Bashir nell’aprile 2019, a seguito di proteste di massa contro il suo governo. L’amministrazione, a maggioranza civile insediatasi dopo la cacciata di al-Bashir, si è impegnata nel tentativo di stabilizzare le regioni colpite da decenni di guerra civile. Secondo le Nazioni Unite, nel Darfur, il conflitto principale si sarebbe placato nel corso degli anni, ma gli scontri etnici e tribali continuerebbero a divampare periodicamente, soprattutto tra pastori arabi nomadi e agricoltori sedentari dei gruppi etnici non arabi.

Tra gli ultimi sviluppi positivi registrati nel Paese, il 14 dicembre, dopo 27 anni, gli Stati Uniti hanno formalmente rimosso il Sudan dalla lista nera degli Stati sponsor del terrorismo. Il governo degli Stati Uniti aveva aggiunto il Sudan alla sua lista di “Paesi sostenitori del terrorismo” nel 1993 ritenendo che il governo di al-Bashir stesse supportando le organizzazioni terroristiche e offrendo rifugio ai loro membri. Tale designazione aveva reso impossibile per il Sudan accedere ad agevolazioni quali la cancellazione del debito o finanziamenti provenienti da istituti internazionali.

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Chiara Gentili

di Redazione

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