Giordania: sventato un sospetto colpo di Stato, le reazioni internazionali

Pubblicato il 4 aprile 2021 alle 9:08 in Giordania Medio Oriente

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Le Forze armate della Giordania hanno annunciato, il 3 aprile, di aver arrestato almeno 20 persone e di aver chiesto all’ex principe ereditario Hamzeh bin Hussein di cessare tutti i movimenti o le attività che potrebbero minacciare “la sicurezza e la stabilità” del Paese. Gli USA, l’Arabia Saudita, l’Egitto, il Bahrain, il Consiglio di Cooperazione del Golfo, il Libano, il Kuwait, l’Iraq, il Qatar, lo Yemen, la Palestina, la Lega araba e gli Emirati Arabi Uniti (UAE) hanno espresso sostegno per l’attuale sovrano della Giordania, il re Abdullah II, e per le decisioni prese il 3 aprile.

Secondo quanto rivelato in forma anonima al Washington Post da funzionari dell’intelligence mediorientale informati sui fatti, gli arresti sono stati eseguiti in seguito alla scoperta di un piano “complesso e ambizioso” che non è stato però specificato. Nel progetto sarebbero stati coinvolti almeno un membro della famiglia reale, alcuni leader tribali e membri dell’apparato politico e di sicurezza della Giordania. Inoltre, vi sarebbero prove “non specificate” rispetto al sostegno di forze straniere per il piano in questione. Al momento, non è stato ancora chiarito quanto quest’ultimo fosse vicino dall’essere portato a compimento.

Le autorità hanno confermato di aver avviato un’indagine riguardante un piano per rovesciare il re Abdullah II e hanno chiesto di restare nel proprio palazzo di Amman al principe Hamzeh bin Hussein, confermando di non averlo, però, arrestato. Quest’ultimo è il figlio maggiore del defunto re Hussein e della sua quarta moglie, la regina Noor, ed è il fratellastro minore dell’attuale sovrano della Giordania. Dopo essere stato principe ereditario per quattro anni, nel 2004, il suo titolo reale è stato revocato, per essere poi trasferito al figlio dell’attuale monarca, Hussein. Hamzeh ha poi ricoperto avari ruoli monarchici e nelle forze armate, dove ha ottenuto il titolo di brigadiere. Hamzeh e il re della Giordania avrebbero avuto più scontri negli anni, soprattutto in ambito privato.

Dopo essere stato informato dell’indagine in corso dai funzionari dell’esercito che si sono recati presso la sua abitazione insieme alle guardie, Hamzeh ha rilasciato una dichiarazione video all’emittente britannica BBC nella quale ha negato le accuse ricevute e ha dichiarato che le vicende del 3 aprile siano un tentativo di metterlo a tacere per aver criticato la corruzione in Giordania. Hamzeh ha poi confermato di non poter uscire, comunicare o incontrare persone in quanto agli incontri a cui ha partecipato in passato ci sono state critiche al sovrano mosse da altri. Hamzeh ha quindi dichiarato: “Non sono io il responsabile del declino nella governance, della corruzione e dell’incompetenza che sono state prevalenti nella struttura di governo degli ultimi 15-20 anni, peggiorando di anno in anno”. All’ex principe ereditario è stato chiesto di non spostarsi e di evitare di pubblicare sui social media.

Secondo media locali citati da Washington Post, tra le persone arrestate vi sarebbero, invece, un altro membro della famiglia reale, Sharif Hasan, e un ex funzionario della corte reale hashemita e cittadino saudita, Bassem Awadullah.

Il portavoce del Dipartimento di Stato degli USA, Ned Price, ha affermato che Washington sta monitorando la vicenda ed è in stretto contatto con i funzionari locali. Price ha poi dichiarato che il re Abdullah è un “partner fondamentale per gli Stati Uniti, di cui ha il pieno sostegno”. Per Washington, la Giordania rappresenta un alleato fondamentale in Medio Oriente, soprattutto per quanto riguarda le operazioni antiterrorismo a guida statunitense.

L’Arabia Saudita ha rilasciato una dichiarazione sui fatti del 3 aprile ribadendo “pieno sostegno” al Regno hashemita di Giordania e alle “decisioni e misure adottate dal re Abdullah II e dal principe ereditario Hussein per preservare la pace e la stabilità”. Allo stesso modo, anche l’Egitto, il Bahrain, il Consiglio di Cooperazione del Golfo, il Libano, il Kuwait, l’Iraq, il Qatar, lo Yemen, la Palestina, la Lega araba e gli Emirati Arabi Uniti (UAE) hanno ribadito il proprio sostegno ad Amman.

Israele, invece, non ha ancora commentato i fatti. La stabilità della Giordania è di primaria importanza per gli interessi nazionali israeliani, sia perché le parti condividendo un confine, sia perché la Giordania rappresenta un cuscinetto tra Israele e l’Iran.

Al momento, Amman sta attraversando una fase di tensioni economiche e politiche. Il Paese è stato colpito duramente dalla pandemia di coronavirus ma anche dall’arrivo di grandi ondate di rifugiati dalla Siria. Dal punto di vista politico, Abdullah II ha guidato il Paese dal 9 giugno 1999, in seguito alla morte del re Hussein, e ha mantenuto buoni rapporti con vari presidenti statunitensi, nonostante gli scontri riguardanti le iniziative di pace per la Palestina. Durante l’amministrazione dell’ex presidente statunitense, Donald Trump, il re ha avuto vari scontri con Washington sulla questione.

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Camilla Canestri

di Redazione

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