Mali: uccisi 4 soldati dell’Onu

Pubblicato il 3 aprile 2021 alle 12:54 in Africa Mali

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La missione dell’Onu in Mali (MINUSMA) ha reso noto, il 2 aprile, che 4 membri della missione di peacekeeping provenienti dal Ciad sono stati uccisi in un attacco contro una base della MINUSMA condotto da terroristi armati nella cittadina di Aguelhok, situata nella regione Nord-orientale di Kidal. Oltre ai 4 decessi, le forze dell’Onu hanno registrato 19 feriti che sono stati evacuati in elicottero, mentre anche i terroristi avrebbero subito “pesanti perdite”, comprese molte morti.

Secondo quanto riferito da fonti interne a MINUSMA ai media, l’attacco si sarebbe verificato intorno alle 6:15, ora locale del 2 aprile, a circa 200km dal confine con l’Algeria e avrebbe colpito un contingente di militari dell’Onu del Ciad. Le Nazioni Unite hanno affermato che i terroristi erano armati con armi pesanti e che hanno condotto “un attacco complesso”. L’Onu e il capo di MINUSMA, Jean-Pierre Lacroix, hanno poi rivolto le proprie condoglianze al Ciad per la perdita dei 4 connazionali e alle loro famiglie.

Il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha ricordato che gli attacchi contro i soldati di peacekeeping possono rappresentare crimini di guerra e comportare sanzioni, tramite una dichiarazione del suo portavoce, Stéphane Dujarric. Guterres ha quindi chiesto alle forze del Mali di fare il massimo per identificare i responsabili.

MINUSMA è stata istituita il 25 aprile 2013 e il suo mandato è stato esteso il primo luglio 2020 per un ulteriore periodo di 12 mesi. La missione è composta da un contingente di 13.289 soldati e 1.920 agenti di polizia e ha un costo annuo di circa 1,2 miliardi di dollari. La missione è definita come “la più pericolosa” operazione di peacekeeping dell’Onu, nella quale sono finora morti 190 soldati, di cui 120 sono stati uccisi nel corso di “azioni ostili”.

In Mali è in corso un conflitto iniziato come un movimento separatista nel Nord del Paese nel 2012, quando i tuareg si erano alleati con alcuni combattenti legati ad Al-Qaeda e avevano preso il controllo sul Nord del Paese. Successivamente il movimento di rivolta aveva occupato anche le regioni centrali del Mali insieme a quelle settentrionali ma è stato poi man mano respinto e i suoi membri sono stati espulsi dalle forze armate maliane e da quelle francesi, a partire dal 10 gennaio 2013.

Dal Mali, le ostilità si sono però propagate in Burkina Faso e in Niger, dove militanti affiliati o allo stato Islamico o ad Al-Qaeda hanno sfruttato la povertà delle comunità più emarginate per fomentare tensioni tra diversi gruppi etnici. Proprio le aree in cui convergono i confini tra Niger Burkina Faso e Mali sono stati contrassegnati dai combattimenti più intensi. Secondo le Nazioni Unite, gli attacchi sarebbero aumentati di cinque volte tra il 2016 e il 2020, anno in cui sarebbero state uccise circa 4.000 persone nei tre Paesi rispetto alle 770 del 2016.

Di fronte alle ostilità trans-frontaliere, il primo agosto 2014, la Francia aveva lanciato l’operazione Barkhane insieme ai Paesi del G5 Sahel, ovvero Burkina Faso, Ciad, Mauritania, Mali e Niger, che conta un totale di 5.100 uomini. Tuttavia, lo scorso 19 febbraio, il presidente francese, Emmanuel Macron, aveva annunciato di voler effettuare un ritiro parziale delle truppe francesi dalla regione nel Sahel, visto il crescente numero di soldati uccisi nelle operazioni.

Il Mali è considerato uno tra i Paesi più insicuri della regione del Sahel, l’area a Sud del Sahara dove eserciti e forze di polizia non hanno più il controllo. In tale contesto, dal punto di vista politico, nel Paese è in corso una transizione politica dopo un colpo di Stato miliare che ha portato alle dimissioni dell’ex-presidente del Mali, Ibrahim Boubacar Keita, il 19 agosto scorso, dopo mesi di proteste popolari nel Paese contro il suo governo.

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

 

di Redazione

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