Turchia: la valuta locale ancora instabile

Pubblicato il 1 aprile 2021 alle 14:59 in Medio Oriente Turchia

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La moneta turca, la lira, continua a essere instabile. Dopo aver licenziato il governatore della Banca centrale, Naci Agbal, il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, il 30 marzo, ha estromesso anche il vicegovernatore, Murat Cetinkaya, con una mossa che ha provocato una diminuzione del 13% del valore della lira.

Cetinkaya è stato sostituito da Mustafa Duman, un ex dirigente di Morgan Stanley, in un’operazione letta dagli analisti come un tentativo di ripristinare la credibilità della Banca centrale tra gli investitori, anche se le reazioni iniziali del mercato hanno portato la lira a minimi quasi record contro le principali valute, per poi stabilizzarsi.

Nel frattempo, secondo quanto riportato dal quotidiano al-Araby al-Jadeed, mentre le banche occidentali continuano a esercitare pressione sul capo di Stato turco, per convincerlo ad aumentare i tassi di interesse, Erdogan scommette sull’attrattiva del mercato interno e sulla sua redditività per riportare gli uomini d’affari a investire in Turchia a bassi tassi di interesse. Da parte loro, però, le banche occidentali prevedono un ulteriore svalutazione della lira per i prossimi due anni. Per Goldman Sachs, la valuta potrebbe diminuire di circa il 15%, toccando quota 9,75 lire contro il dollaro. Fonti turche hanno già mostrato, il 31 marzo, che la valuta si è attestata a 8,35 lire. In particolare, per costringere il governo di Ankara a tornare a tassi di interesse elevati, le banche occidentali vendono la lira e “fuggono dagli asset turchi”, dai titoli di stato, dalle obbligazioni societarie e dal mercato azionario di Istanbul. Nel fare ciò, le banche fanno affidamento sul prezzo elevato del dollaro, sull’aumento del rendimento dei titoli del Tesoro USA a 10 anni e sulle aspettative di una ripresa dell’economia statunitense durante la prossima estate.

Di fronte a uno scenario simile, sono diverse le voci che sono cominciate a circolare. Alcuni credono che Erdogan possa intervenire nel mercato valutario nel futuro prossimo, imponendo restrizioni sulla circolazione di capitali, con l’obiettivo di frenare la fuga di valute forti. Tale ipotesi, negata da fonti ufficiali turche, deriva dal fatto che alcuni gestori di fondi di investimento al di fuori della Turchia stanno affrontando difficoltà nel processo di “swap”. Parallelamente, vi è chi crede che Ankara possa ricorrere al Fondo Monetario Internazionale (FMI) per aumentare le riserve di valuta estera che sono state colpite negli ultimi mesi. Tuttavia, Erdogan ha precedentemente affermato, nel corso di un meeting del Partito della Giustizia e lo Sviluppo, che il suo Paese non avrebbe chiesto al FMI nemmeno un centesimo e che le riserve della Banca centrale turca superavano i 95 miliardi di dollari.

Mentre il presidente crede che la Turchia possa inasprire la propria politica monetaria senza perdere investitori stranieri, le banche occidentali sono alla ricerca di un’opportunità di investimento. Queste dispongono di una liquidità stimata in oltre 5 trilioni di dollari, di cui 2,3 trilioni legati alle sole banche statunitensi, accumulata anche grazie alle operazioni promosse dal precedente governatore della Banca centrale, Agbal, entrato in carica a novembre 2020 e sostituito, il 20 marzo scorso, da Sahap Kavcioglu, un ex banchiere oltre che ex deputato del Partito della Giustizia e dello Sviluppo.

Secondo gli esperti, Erdogan, da parte sua, fa affidamento su alcuni fattori. Il primo è un tasso di interesse globale basso in questo periodo, vicino allo zero negli USA e al di sotto in Europa e in Giappone, mentre in Turchia questo raggiunge il 19%. In secondo luogo, per il presidente turco, il proprio Paese rappresenta una “oasi di investimento sicura” se la si paragona alla restante regione mediorientale. Inoltre, l’economia turca continua ad attrarre ricchi investitori dalla regione araba e dagli Stati del Golfo, e il flusso di questi investimenti potrebbe compensare i flussi esteri nel breve termine, consentendo alle banche occidentali di ritornare nel mercato turco in un secondo momento. Non da ultimo, Erdogan guarda con ottimismo ai possibili ricavi derivanti dalle risorse di gas naturale e dalla ripresa del settore turistico, una delle maggiori fonti di guadagno in valuta estera.

È dal mese di febbraio 2021 che la Turchia ha nuovamente assistito a un perdurante calo della propria valuta nazionale, nonostante il miglioramento registrato nelle settimane precedenti. Tra le motivazioni alla base della svalutazione vi è la debolezza della lira già registrata nel corso del 2020 e il rialzo dei prezzi del petrolio. In particolare, nel corso del 2020, la valuta turca ha perso circa il 30% del suo valore, e la situazione era peggiorata proprio dopo l’innalzamento dei tassi di interesse da parte della Banca centrale.

Parallelamente, secondo i dati dell’Institute of International Finance, l’entità del debito estero, in scadenza nel 2020, ammontava a circa 189 miliardi di dollari, ovvero circa il 43,4% del debito turco totale. Ora, gli esperti credono che Ankara possa aver bisogno di circa 200 miliardi di dollari durante l’anno in corso, il 2021, per pagare il servizio del debito estero, mentre il disavanzo delle partite correnti dovrebbe salire a 15 miliardi di dollari alla fine di quest’anno.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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