Accordo Cina-Iran: ipotesi su una banca congiunta in chiave anti-USA

Pubblicato il 1 aprile 2021 alle 12:30 in Cina Iran

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I dettagli dell’accordo di partenariato strategico, siglato da Iran e Cina il 27 marzo, non sono stati ancora diffusi. Nel frattempo, sono diverse le speculazioni fatte a riguardo, tra cui quelle relative all’istituzione di un istituto bancario congiunto, che consentirebbe ai due partner di non operare con il dollaro statunitense.

La notizia è stata riportata dal quotidiano al-Araby al-Jadeed, sulla base di informazioni pubblicate dal Wall Street Journal. Al momento, non è chiaro se la creazione di tale banca sia stata già inclusa all’interno del “documento del programma di cooperazione globale”, della durata di 25 anni. Tuttavia, è da anni che Pechino e Teheran stanno provando a ridurre l’influenza del dollaro statunitense sulla finanza globale e sugli accordi commerciali, soprattutto alla luce delle sanzioni imposte da Washington a seguito del suo ritiro unilaterale dall’accordo sul nucleare iraniano, l’8 maggio 2018.

La Cina, da parte sua, desidererebbe “internazionalizzare la valuta cinese”, lo yuan, e generalizzarne l’uso all’interno di accordi commerciali con quei Paesi soggetti a misure di embargo statunitense o i cui rapporti con Washington sono tesi. In tal modo, la valuta di Pechino potrebbe divenire un concorrente del dollaro, sebbene, al momento, la quota dello yuan cinese nelle attività di riserva globali in valuta estera è stimata al 2%. Il dollaro USA, invece, rappresenta quasi il 62% delle partecipazioni globali, come mostrato dalle recenti statistiche del Fondo Monetario Internazionale. Tuttavia, secondo le stime della banca statunitense Morgan Stanley, la percentuale della valuta cinese potrebbe aumentare fino al 10% entro la fine del 2030.

Gli analisti occidentali ritengono che Pechino sia preoccupata di eventuali tensioni con gli USA in ambito commerciale e tecnologico, soprattutto dopo che il capo della Casa Bianca, Joe Biden, sembra essere intenzionato a frenare l’espansione commerciale ed economica cinese, creando un’alleanza con le “democrazie capitaliste”. Nel caso in cui Biden riuscisse a creare un’alleanza con le economie dell’Asia e dell’Europa e a contenere la Cina, quest’ultima potrebbe vedere minate le forniture energetiche e le importazioni di petrolio, perlopiù provenienti dalla regione del Golfo, di cui Pechino ha bisogno per far avanzare la sua economia.

Motivo per cui, la Cina è ricorsa alla firma di un accordo con l’Iran, sebbene le basi del partenariato siano state già gettate il 23 gennaio 2016, nel corso di un incontro tra il presidente cinese, Xi Jinping, e il capo di Stato iraniano, Hassan Rouhani, durante il quale Pechino aveva accettato di aumentare il volume del commercio bilaterale con Teheran di oltre dieci volte, fino a 600 miliardi di dollari, nell’arco di dieci anni. Scopo della Cina potrebbe poi essere rafforzare gradualmente i propri legami anche con gli altri Paesi del Golfo, così da proseguire con l’iniziativa “Belt and Road”, altresì nota come “nuova Via della Seta”, una strategia volta a migliorare i collegamenti commerciali della Cina con i Paesi nell’Eurasia. In tale quadro, i porti iraniani risultano essere posti in una posizione geografica ideale. 

Ad ogni modo, secondo alcuni analisti, sono il petrolio e l’energia in generale a rappresentare il fulcro delle relazioni tra Pechino e il Golfo arabo. Negli ultimi anni, la Cina è diventata il più grande importatore di risorse petrolifere al mondo, con importazioni pari a circa 11 milioni di barili al giorno. Per mesi le raffinerie cinesi hanno beneficiato di materiali petroliferi a buon mercato, presumibilmente ottenuti segretamente dall’Iran, al fine di raggiungere un’elevata redditività dalle operazioni di raffinazione e dal commercio di derivati nel mercato asiatico. Si pensa che le compagnie petrolifere iraniane offrano ai clienti cinesi sconti che oscillano dai 4 ai 6 dollari al barile. In tale quadro, la società di dati e ricerche Refinitiv stima che, nell’ultimo mese, il volume delle esportazioni di petrolio iraniano verso la Cina abbia raggiunto circa 27 milioni di barili, ovvero circa un milione al giorno, mentre nel 2020 non si era riusciti a superare i 2,4 milioni.

Di fronte a tale scenario, sono in diversi a ritenere che Pechino continuerà ad avere un interesse sempre maggiore per il petrolio sia iraniano sia del Golfo, soprattutto se le importazioni russe si riveleranno insufficienti per ricoprire il proprio fabbisogno e le relazioni con Washington diverranno più tese.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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