Ucraina: Putin, Merkel e Macron discutono di Donbass senza Zelensky

Pubblicato il 31 marzo 2021 alle 18:15 in Europa Russia Ucraina

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Il presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin, ha avuto, martedì 30 marzo, colloqui telefonici con l’omologo francese, Emmanuel Macron, e con la cancelliera tedesca, Angela Merkel, per discutere dell’escalation della situazione nel Donbass.

L’ufficio stampa del presidente russo, a margine della telefonata, ha reso noto che Mosca è semore più preoccupata per l’aggravamento della crisi nel Donbass. È stato sottolineato che, attraverso le continue violazioni del cessate il fuoco, Kiev ha dimostrato di rifiutare l’applicazione delle misure finalizzate alla pace. La tregua era stata concordata, il 27 luglio 2020, dal Gruppo di Contatto Trilaterale, formato da Ucraina, Russia e dall’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OCSE). Durante i colloqui telefonici del 30 marzo, i rappresentanti di Francia, Russia e Germania hanno concordato che la piena attuazione degli accordi di Minsk è l’unica soluzione per normalizzare la crisi nelle zone di conflitto ed evitare che la situazione degeneri ulteriormente.

Gli accordi di Minsk sono composti dal protocollo di Minsk e gli accordi di Minsk II. Il primo piano di pace era stato firmato il 5 settembre 2014 dall’Ucraina, dalla Russia, dalla Repubblica Popolare di Donetsk (DNR) e dalla Repubblica Popolare di Lugansk, sotto l’egida dell’OCSE. Tuttavia, l’obbligo per il cessate il fuoco non venne rispettato e i combattimenti proseguirono ulteriormente. Pertanto, un anno dopo, il 12 febbraio 2015, i leader del “quartetto Normandia”, Germania, Francia, Ucraina e Russia, concordarono un nuovo cessate il fuoco e sottoscrissero un nuovo pacchetto di misure per l’attuazione degli accordi del 2014, l’accordo di Minsk II. È importante ricordare che, dal 27 luglio 2020, nel Donbass sono entrate in vigore misure pacifiche che impongono il divieto di sparare e di detenere armi sia nelle vicinanze, sia all’interno degli insediamenti militari. Le misure, inoltre, prevedono responsabilità disciplinare per chiunque violi tali imposizioni.

Il 30 marzo, Putin ha ribadito a Merkel e a Macron che le autorità di Kiev dovrebbero attenersi agli accordi che sono stati sottoscritti tra i Paesi a partire dal 2014. Il presidente russo ha affermato che l’Ucraina dovrebbe avviare un dialogo costruttivo con le autoproclamate Repubbliche di Donetsk e Lugansk per analizzare lo status speciale del Donbass da un punto di vista legale.

Gli osservatori internazionali hanno riferito che i colloqui di alto livello pianificati da Mosca senza includere il presidente dell’Ucraina, Volodymyr Zelensky, potrebbero far pensare che Kiev venga relegata ai margini del processo di pace. Il ministro degli Affari Esteri dell’Ucraina, Oleg Nikolenko, in risposta ai colloqui del 30 marzo, ha dichiarato che la posizione del Paese è chiara: “Non può essere deciso nulla sull’Ucraina, senza l’Ucraina”. Nikolenko ha aggiunto che solo il formato del Quartetto Normandia offre una prospettiva di miglioramento della crisi.

Secondo gli analisti, qualsiasi tentativo di avviare colloqui di pace senza coinvolgere la parte direttamente interessata, ovvero l’Ucraina, fa riaffiorare alla mente quanto accadde, il 30 settembre 1938, con l’Accordo di Monaco, sottoscritto da Germania, Gran Bretagna e Francia. Londra e Parigi, per evitare un nuovo conflitto europeo, aderirono alle richieste territoriali di Adolf Hitler sull’annessione della Cecoslovacchia. Sebbene l’Ucraina non sia collegata agli eventi del 1938, gli analisti li hanno citati perché il “tradimento di Monaco” è diventato, nel corso della storia, un chiaro esempio delle politiche di pacificazione che alimentano “l’aggressione revisionista di un Paese”. Nel caso concreto dell’Ucraina, gli esperti hanno evidenziato che Kiev, di fronte all’atteggiamento ritenuto aggressivo della Russia, è determinata ad evitare le sorti della Cecoslovacchia, un Paese che venne arbitrariamente escluso dai colloqui che portarono alla sua disgregazione.

La crisi nel Donbass è iniziata sette anni fa, a partire da febbraio 2014. All’epoca, nell’Est dell’Ucraina iniziarono azioni di protesta contro la sostituzione dell’allora presidente dell’Ucraina Viktor Janukovič , di stampo filo-russo, con il nuovo governo filo-occidentale che si era insediato a Kiev. I manifestanti, che ritenevano il nuovo governo “illegittimo”, supportavano la federalizzazione del Paese e l’indipendenza delle aree di Donetsk e Lugansk. L’ondata di proteste si tradusse, il 6 aprile 2014, con l’occupazione dei palazzi dei Consigli regionali dei suddetti territori. Il giorno dopo, il 7 aprile, le autorità locali russofone indipendentiste proclamarono le Repubbliche popolari di Donetsk e Lugansk. Più tardi, l’11 maggio 2014, il referendum per l’indipendenza delle due aree confermò la volontà dei separatisti. Mosca, che il 16 marzo dello stesso anno aveva “illegalmente” annesso la Crimea al suo territorio, sostenne le due nuove Repubbliche. L’Ucraina non accettò la perdita delle due aree e tentò, a partire da giugno 2014, di riprenderne il controllo.

Successivamente, la crisi nel Donbass si è aggravata quando, il 26 marzo 2020, quattro militari delle forze armate ucraine sono stati uccisi nei pressi di Skumy, un piccolo paese situato nel Donbass. Kiev ha accusato la milizia di Donetsk che, però, ha negato il proprio coinvolgimento nella vicenda.

di Redazione

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