Libia: rilasciati 120 prigionieri, membri delle milizie di Haftar

Pubblicato il 31 marzo 2021 alle 17:04 in Africa Libia

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Le autorità libiche hanno rilasciato, mercoledì 31 marzo, 120 prigionieri appartenenti ai gruppi armati affiliati al generale Khalifa Haftar, capo dell’Esercito Nazionale Libico (LNA), tra cui la Brigata 107.

L’operazione, avvenuta nella città occidentale di al-Zawiya, si inserisce nel quadro del più ampio processo di riconciliazione nazionale, che ha avuto inizio con l’accordo di cessate il fuoco, raggiunto a Ginevra, il 23 ottobre 2020, nel corso del meeting del Comitato militare congiunto 5+5. Quest’ultimo è un organismo composto da membri di entrambe le parti belligeranti che, dal 2011, si sono affrontate presso i fronti di combattimento libici, l’LNA e il governo di Tripoli, altresì noto come Governo di Accordo Nazionale (GNA). A favorire lo scambio di prigionieri del 31 marzo vi è stata una commissione apposita, interna al Comitato militare 5+5, la quale ha specificato che i detenuti rilasciati erano stati catturati dalle forze tripoline nel mese di aprile 2019, con l’inizio dell’offensiva di Haftar volta alla conquista della capitale, intrapresa il 4 aprile di quell’anno.

Alla cerimonia per il rilascio hanno partecipato alcuni membri del Comitato 5 + 5, i vice presidenti del Consiglio presidenziale, Musa al-Koni e Abdullah al-Lafi, il presidente dell’Alto Consiglio di Stato, Khaled Al-Mishri, e un certo numero di membri del Parlamento e ministri del Governo di Unità Nazionale (GNU) di recente formazione. Nel suo discorso, al-Koni ha invitato tutte le città libiche a seguire l’esempio di al-Zawiya e a favorire il rilascio di prigionieri e detenuti. Già in precedenza, una delegazione di tale città occidentale si era recata in visita a Bengasi per promuovere il processo di unità nazionale e contribuire alla liberazione di prigionieri. Oggi, ha affermato al-Koni, al-Zawiya ha mostrato nuovamente di svolgere un ruolo rilevante nel cammino verso la pace. Da parte sua, al-Lafi ha affermato che la mossa del 31 marzo è indice dell’inizio di un processo di riconciliazione e tolleranza, lontano dagli eventi del passato. Alla luce di ciò, sono stati apprezzati gli sforzi profusi e la capacità di trovare un compromesso, seppur non dimenticando le famiglie e le vittime del conflitto.

Dichiarazioni simili sono giunte anche da al-Mishri, il quale ha esortato le popolazioni dell’Est e dell’Ovest libico a tollerare e perdonare, ma, allo stesso tempo, è stato sottolineato come i responsabili di crimini e violazioni debbano essere puniti. “Il nostro Paese è stato oggetto di cospirazioni e lo è ancora” ha dichiarato al-Mishri, il quale ha messo in guardia dal rischio di spaccature sociali e divisioni interne e ha sottolineato che, sebbene la popolazione tripolina non dimentichi i propri martiri, oggi è disposta a tollerare pur di riunificare la patria.

Risale al 6 gennaio scorso una delle ultime operazioni di scambio dei prigionieri, mentre la prima è avvenuta il 25 dicembre 2020. La prima trattativa ha coinvolto 18 prigionieri, tornati alle forze del GNA in cambio della liberazione di 33 prigionieri delle milizie di Haftar, mentre il secondo scambio ha incluso 27 prigionieri del governo tripolino e 41 delle forze affiliate all’LNA. La mossa è stata ben accolta dalla popolazione libica, la quale spera che lo scambio possa contribuire a porre definitivamente fine alla crisi e al conflitto in Libia.

Lo scambio dei prigionieri è uno dei punti previsto dall’accordo di cessate il fuoco del 23 ottobre 2020. Il patto, sottoscritto da delegati di entrambe le parti belligeranti, prevede, tra i diversi punti, la cessazione delle ostilità presso i fronti di combattimento libici, l’allontanamento di forze e mercenari stranieri entro 90 giorni dalla firma dell’intesa e lo scambio di prigionieri tra le parti belligeranti. Ad oggi, è il secondo punto a non aver trovato ancora una piena attuazione. Al contempo, scambiare detenuti è stato spesso visto come uno dei dossier più complessi, considerato che nessuna delle due parti belligeranti è a conoscenza del numero esatto di prigionieri detenuti dal rispettivo avversario, a causa dell’assenza di procedure di documentazione. 

Tuttavia, quanto accaduto il 31 marzo si colloca nel cammino della Libia verso la transizione democratica auspicata e verso la fine definitiva della perdurante crisi, scoppiata il 15 febbraio 2011, data di inizio della rivoluzione e della guerra civile. Dopo il cessate il fuoco annunciato il 21 agosto 2020 dal premier del governo di Tripoli, Fayez al-Sarraj, e dal presidente della Camera dei rappresentanti di Tobruk, Aguila Saleh, il 23 ottobre le delegazioni del Governo di Accordo Nazionale e dell’Esercito Nazionale Libico si sono ufficialmente impegnate a garantire una tregua permanente nel Paese, sotto l’egida delle Nazioni Unite. Ciò ha dato nuovo slancio a una mobilitazione politica che ha visto attori libici riunirsi in diverse sessioni di dialogo. Tra queste, quelle del Forum di Dialogo politico, che hanno portato, il 5 febbraio scorso, alla nomina di nuove autorità esecutive temporanee, il governo di unità nazionale, guidato da Abdul Hamid Dbeibah, e il Consiglio presidenziale, con a capo Mohammed al-Menfi e i suoi due vice. L’obiettivo è garantire l’organizzazione di elezioni presidenziali e legislative per il 24 dicembre 2021.

 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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