Myanmar: oltre 500 morti, le milizie etniche sempre più vicine ai manifestanti

Pubblicato il 30 marzo 2021 alle 11:15 in Asia Myanmar

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Il numero totale di civili uccisi dalle forze dell’ordine in Myanmar a partire dalla presa del potere da parte dell’Esercito birmano il primo febbraio scorso è salito a 510, secondo quanto riferito dall’organizzazione per i diritti umani, Political Prisoner Aid Association, il 30 marzo. Intanto, il 29 marzo, il gruppo di manifestanti noto come General Strike Committee of Nationalities ha chiesto alle milizie armate delle minoranze etniche di sostenere coloro che si oppongono all’Esercito.

Nel corso della giornata del 29 marzo, altri 14 civili avrebbero perso la vita negli scontri con la polizia e tra questi 8 sarebbero stati uccisi nel sobborgo di South Dagon a Yangon, la più grande città del Paese. I media statali hanno riferito che le forze di sicurezza hanno utilizzato “armi anti-sommossa” per disperdere i “terroristi violenti”. Secondo alcuni testimoni locali, le forze di sicurezza avrebbero impiegato armi dal calibro maggiore rispetto a quelle finora impiegate.

Nella stessa giornata, General Strike Committee of Nationalities ha scritto una lettera aperta alle forze armate delle minoranze etniche che sono attive in Myanmar affinché sostengano la popolazione che si oppone all’Esercito. Il 30 marzo, tre gruppi armati di etnie diverse, il Myanmar National Democratic Alliance Army, lo Arakan Army e il Ta’ang National Liberation Army hanno quindi indirizzato una lettera alla giunta militare al potere affinché vengano interrotte le uccisioni di manifestanti pacifici e risolte le problematiche politiche. Se così non sarà, i tre gruppi armati hanno affermato che coopereranno con qualunque nazionalità che si unirà alla “rivoluzione di primavera del Myanmar” in termini di auto-difesa.

In Myanmar, sono presenti da decenni gruppi di ribelli appartenenti a diverse etnie che per anni hanno lottato contro il governo centrale per ottenere una maggiore autonomia. Ad oggi, nonostante molte organizzazioni hanno concordato più cessate il fuoco con le autorità, sono ripresi scontri con l’Esercito sia ad Est, sia a Nord del Paese.

In particolare, tra il 27 e il 28 marzo sono riprese le ostilità lungo il confine birmano con la Thailandia tra la Karen National Union (KNU), che rappresenta l’etnia più longeva del Paese, i karen, e le forze armate. Queste ultime hanno eseguito un bombardamento nell’area controllata da KNU, spingendo circa 3.000 persone a fuggire verso la Thailandia, secondo quanto affermato da attivisti locali. In base ad informazioni successive circa 2.000 tra loro sarebbero stati respinti, ma le autorità di Bangkok hanno smentito la notizia.

Il primo febbraio scorso, l’Esercito del Myanmar ha preso il potere e ha dichiarato lo stato d’emergenza per un anno, a conclusione del quale ha promesso di indire elezioni. La leader Aung San Suu Kyi e altre figure di primo piano del governo civile, tra i quali il presidente Win Myint, sono stati arrestati. I poteri legislativi, esecutivi e giudiziari sono stati trasferiti al comandante in capo delle forze armate, il generale Min Aung Hlaing, mentre il generale Myint Swe è stato nominato presidente ad interim. L’Esercito ha giustificato le proprie azioni denunciando frodi elettorali che avrebbero caratterizzato le elezioni nel Paese lo scorso 8 novembre, i cui esiti avevano decretato vincitore con l’83% dei voti la Lega Nazionale per la Democrazia (NDL), il partito fino a quel momento al governo, con a capo la presidente uscente Aung San Suu Kyi. 

A livello internazionale, più Paesi, compresi quelli del G7, hanno condannato i fatti e alcuni hanno adottato misure punitive. La Nuova Zelanda ha tagliato i rapporti con la giunta militare, così come la Corea del Sud, mentre, gli USA, il Canada, il Regno Unito e l’UE hanno adottato sanzioni. Washington ha poi sospeso il Trade and Investment Framework Agreement (TIFA), siglato con il Myanmar il 21 maggio 2013, a partire dal 29marzo, fin quando non sarà istituito nuovamente un governo civile.

Il Myanmar è un’ex colonia britannica che, dopo aver raggiunto l’indipendenza nel 1948, dal 1962 è stata guidata dall’Esercito fino al 2008 quando è iniziata la transizione democratica che ha portato alle prime elezioni nel 2011. Ad oggi, all’Esercito spetta ancora un quarto delle sedute in entrambe le aule del Parlamento e alcuni ministeri. In tale contesto, Aung San Suu Kyi è l’unica figlia dell’eroe dell’indipendenza nazionale Aung San, assassinato nel 1947, e ha passato molti anni della sua vita, almeno quindici, agli arresti domiciliati, durante il regime militare, per poi essere eletta con un’ampia maggioranza a capo della NDL nel 2015. 

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

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