Sudan: nuovo accordo tra governo e ribelli riaccende le speranze di pace

Pubblicato il 29 marzo 2021 alle 16:34 in Africa Sudan

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Il governo del Sudan e il gruppo ribelle noto con il nome di Movimento di Liberazione del Popolo sudanese-Nord (SPLM-N) hanno raggiunto un accordo che spiana la strada, dopo mesi di stallo, verso i negoziati di pace tra le due parti. Guidato da Abdelaziz al-Hilu, il Movimento rappresenta uno dei due gruppi rimasti esclusi dalla firma dell’accordo siglato tra le formazioni armate del Paese e le autorità di transizione, il 3 ottobre 2020. L’altro è una fazione dell’Esercito di liberazione del Sudan (SLA), che continua a rappresentare una significativa sfida per il governo di Khartoum.

La “dichiarazione di principi”, sottoscritta domenica 28 marzo tra l’esecutivo e i leader dell’SPLM-N, nella capitale del Sud Sudan, Juba, segnala, tra le priorità delle due parti, l’unificazione delle forze armate e l’istituzione di uno Stato democratico e laico con libertà di religione. La dichiarazione sottolinea poi che “una soluzione militare non può portare a una pace e a una stabilità duratura nel Paese” e che “una soluzione politica pacifica e giusta deve essere un obiettivo comune”. In un video pubblicato online dal Movimento, si vede al-Hilu participare all’incontro e alzare le mani insieme al leader del Consiglio sovrano di transizione del Sudan, il generale Abdel Fattah al-Burhan, un segnale che indica che i negoziati su una pace effettiva possono ufficialmente iniziare. Volker Perthes, rappresentante speciale delle Nazioni Unite per il Sudan, ha accolto con favore i recenti sviluppi nel Paese, definendo l’evento di domenica “un importante passo in avanti verso una pace generale”.

I ribelli chiedono uno Stato laico, senza alcun ruolo per la religione nel processo legislativo, lo scioglimento di tutte le milizie dell’ex presidente Omar al-Bashir e il rinnovamento delle forze armate del Paese. Il gruppo di Al-Hilu, attivo nelle province del Nilo Azzurro e del Sud Kordofan, dove controlla significative porzioni di territorio, opera in una regione abitata da minoranze cristiane e seguaci di altre credenze che a lungo si sono lamentati delle discriminazioni attuate dal governo di al-Bashir. Il Movimento ha affermato che se le sue richieste non saranno soddisfatte, richiederà l’autodeterminazione delle aree occupate. Uno dei principi dell’accordo sottoscritto domenica include l’accettazione di “uno Stato civile, democratico e federale in Sudan, in cui la libertà di religione, la libertà di credo, le pratiche e i culti religiosi devono essere garantiti a tutto il popolo sudanese separando la cultura, l’etnia e la religione dallo Stato”. “Nessuna religione sarà imposta a nessuno e lo stato non adotterà alcuna religione ufficiale”, afferma l’intesa.

Il governo di transizione sudanese ha avviato, negli ultimi due anni, trattative con diverse formazioni ribelli, cercando di stabilizzare la nazione in vista di future elezioni, programmate per la fine del 2022. Gli ultimi colloqui si sono conclusi, il 3 ottobre 2020, con la firma di un accordo di pace finalizzato a porre fine alle ostilità. L’intesa, denominata “Accordi di Juba”, perchè firmata anch’essa nella capitale del Sud-Sudan, ha incluso cinque questioni chiave, compresa la garanzia sulla fornitura dei servizi da parte del governo centrale e la condivisione del potere con esponenti delle milizie. Il Movimento di Liberazione del Popolo sudanese-Nord, pur avendo partecipato ai negoziati, non ha firmato l’accordo finale sottoscritto a ottobre. Dopo domenica 28 marzo, solo un gruppo ribelle, una fazione scissionista dello SLA, non si è ancora riavvicinato al governo di Khartoum. 

Nonostante l’intesa di ottobre tra governo e ribelli, la violenza nella regione occidentale del Darfur va avanti, soprattutto per le rivalità sui diritti di sfruttamento delle acque e delle terre. Secondo le Nazioni Unite, i combattimenti nell’area, iniziati nel febbraio 2003, hanno provocato la morte di almeno 300.000 persone e 2,5 milioni di sfollati. Prima del 3 ottobre, il governo del Sudan e la principale alleanza dei ribelli del Darfur, il Fronte Rivoluzionario del Sudan (SRF), avevano firmato, il 31 agosto, un accordo di pace per mettere fine a 17 anni di conflitto. In tale occasione, erano state regolate questioni chiave, come la sicurezza, la proprietà delle terre, la giustizia, la condivisione del potere e il ritorno degli sfollati. L’accordo prevedeva anche lo smantellamento delle forze armate irregolari e l’integrazione dei loro combattenti nell’esercito nazionale. 

Il Sudan sta attraversando una fragile transizione dalla cacciata del presidente al-Bashir. La nuova amministrazione, a maggioranza civile, si è impegnata nel tentativo di stabilizzare le regioni colpite da decenni di guerra civile. Secondo le Nazioni Unite, nel Darfur, il conflitto principale si sarebbe placato nel corso degli anni, ma gli scontri etnici e tribali continuerebbero a divampare periodicamente, soprattutto tra pastori arabi nomadi e agricoltori sedentari dei gruppi etnici non arabi.

Tra gli ultimi sviluppi positivi registrati nel Paese, il 14 dicembre, dopo 27 anni, gli Stati Uniti hanno formalmente rimosso il Sudan dalla lista nera degli Stati sponsor del terrorismo. Il governo degli Stati Uniti aveva aggiunto il Sudan alla sua lista di “Paesi sostenitori del terrorismo” nel 1993 ritenendo che il governo di al-Bashir stesse supportando le organizzazioni terroristiche e offrendo rifugio ai loro membri. Tale designazione aveva reso impossibile per il Sudan accedere ad agevolazioni quali la cancellazione del debito o finanziamenti provenienti da istituti internazionali.

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Chiara Gentili

di Redazione

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