Siria: operazione anti-ISIS nel campo profughi di al-Hol, 9 gli arresti

Pubblicato il 29 marzo 2021 alle 12:16 in Medio Oriente Siria

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Circa 50.000 membri delle forze curde stanziate nel Nord-Est della Siria sono impegnate in un’operazione di sicurezza volta a dare la caccia ai sostenitori dello Stato Islamico stanziati nel campo profughi di al- Hol.

L’operazione è stata lanciata il 28 marzo, dopo settimane di violenza che hanno visto i circa 70.000 rifugiati far fronte a diversi crimini, tra cui anche uccisioni, la cui responsabilità è stata attribuita allo Stato Islamico. Secondo quanto riportato da fonti filo-curde lunedì 29 marzo, la campagna ha portato all’arresto di 9 individui, tra cui un membro iracheno dell’ISIS che si occupava del reclutamento di combattenti all’interno dell’accampamento, Abu Saad al-Iraqi. Stando alle parole del direttore dell’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani (SOHR), Rami Abdul Rahman, in realtà sono più di 30 le persone arrestate all’interno e nei dintorni di al-Hol, e si prevede che ve ne saranno delle altre. A tal proposito, un funzionario delle Syrian Democratic Forces (SDF) ha riferito che l’operazione potrebbe durare fino a 10 giorni.

I 50.000 membri impegnati nell’operazione sono legati alle SDF e al loro braccio armato principale, le Unità di Protezione Popolare curde (YPG) e comprendono anche donne e forze di sicurezza interna. Obiettivo dei gruppi curdi del Nord-Est siriano è trovare e arrestare individui sia siriani sia stranieri con presunti legami con lo Stato Islamico. Come affermato dal portavoce della coalizione anti-ISIS guidata dagli Stati Uniti, il colonnello Wayne Marotto, la campagna mira a migliorare i livelli di sicurezza dei rifugiati.

Al-Hol, situato nell’estremo Sud-Est di Hasakah, è posto sotto il controllo delle autorità curde affiliate alla coalizione internazionale anti-ISIS. Il luogo ospita più di 70.000 persone, tra cui oltre 11.000 familiari di sospetti combattenti dell’ISIS di diverse nazionalità, incluse decine di migliaia di donne e bambini provenienti dalla Siria e dall’Iraq. Tali cifre rappresentano un enorme fardello per le forze curde, le quali si trovano spesso a far fronte anche ad episodi di criminalità, oltre ai numerosi tentativi di fuga.

Dall’inizio del 2021, le autorità curde hanno riferito di aver registrato 47 casi di omicidio. Il SOHR, da parte sua, ne ha riportati 40, in aumento rispetto ai 33 del 2020. Di questi, 17 sono stati perpetrati nel solo mese di marzo. Il bilancio delle vittime include 41 individui, ovvero 30 rifugiati iracheni, 9 di nazionalità siriana e 2 membri delle forze di sicurezza curde Asayish.

Nel 2014, anno in cui l’ISIS era riuscito a prendere il controllo di vaste aree in Iraq e Siria, migliaia di combattenti portarono le proprie mogli e figli nei campi dell’Est della Siria, mentre lo Stato Islamico annunciava, unilateralmente, l’istituzione del proprio califfato. Dal canto loro, nel corso degli anni, le autorità curde hanno più volte esortato la comunità internazionale e i Paesi originari dei familiari dei combattenti ISIS a rimpatriare i propri cittadini. Tuttavia, nella maggior parte dei casi, tali richieste non sono state accolte, come evidenziato dal sottosegretario generale delle Nazioni Unite per la lotta al terrorismo, Vladimir Voronkov. Per Voronkov, il campo ospita “vittime del terrorismo” che non comprendevano cosa stessero facendo quando hanno accompagnato le proprie famiglie in Siria e in Iraq.

Secondo le ultime stime dell’Onu, al-Hol ospita circa 28.000 siriani, 30.000 iracheni e 10.000 detenuti e profughi di altre nazionalità. Per la maggior parte, si tratta di donne e bambini, mogli e figli di ex jihadisti, morti in battaglia o fatti prigionieri dalla coalizione internazionale a guida statunitense. Il Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia (UNICEF) aveva dichiarato, ad agosto 2020, che 8 bambini erano deceduti e che gran parte degli altri 40.000 bambini, provenienti da 60 Paesi diversi, riversavano in condizioni precarie, ulteriormente esacerbate dalla pandemia di coronavirus.

Di fronte a tale scenario, già il 5 ottobre 2020, le autorità curdo-siriane avevano riferito di voler rimpatriare circa 20.000 civili siriani detenuti nel campo di al-Hol, ritenuti essere imparentati con combattenti dello Stato Islamico o provenire da aree dominate da tale organizzazione terroristica. Dal canto loro, i detenuti hanno più volte smentito affermazioni simili, dichiarando di essere fuggiti dall’ISIS e dai bombardamenti condotti dalle forze del presidente siriano, Bashar al-Assad, oltre che dalla coalizione internazionale a guida statunitense.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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