Pechino: in vigore dazi fino al 218% sul vino australiano per 5 anni

Pubblicato il 29 marzo 2021 alle 15:48 in Australia Cina

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Il Ministero del Commercio della Cina ha annunciato, il 26 marzo, che a partire dal 28 marzo, per cinque anni, sarebbero stati imposti dazi anti-dumping tra il 116,2% e il 218,4% sulle importazioni legate al settore vinicolo australiano.

L’ultima decisione del Ministero del Commercio cinese è arrivata a conclusione di un’indagine anti-dumping avviata nel mese di agosto 2020 sulle importazioni vinicole provenienti dall’Australia. L’indagine ha stabilito che il settore economico cinese legato al vino ha subito danni derivanti da pratiche di dumping da parte australiana. In particolare, tali prodotti sarebbero stati sovvenzionati e venduti ad un prezzo inferiore di quello di mercato. Tale conclusione era già stata raggiunta il 27 novembre scorso quando erano state adottate le prime misure di contrasto e ulteriori indagini hanno poi portato il Ministero del Commercio ad adottare la decisione del 26 marzo.

Alla luce di tale conclusione, la Cina ha deciso di imporre dazi anti-dumping su uve o succhi d’uva parzialmente o interamente fermentati importati dall’Australia e trasportati in contenitori fino a 2 litri, per produrre vino, il cui principale utilizzo è destinato al consumo umano.

Nel periodo intercorso tra il 27 novembre 2020 e il successivo 28 marzo, la Cina aveva già adottato dazi che andavano dal 107.1% al 212.1% sul settore. Nel mese di gennaio 2021, Pechino aveva poi già bloccato l’ingresso in Cina di 23.000 kg di vino australiano prodotto da aziende quali Treasury Wine e Badger’s Brook Winery.

Il ministro per il Commercio, il Turismo e gli Investimenti dell’Australia, Dan Tehan, ha descritto i dazi cinesi come “estremamente deludenti” e “totalmente ingiustificati”. Tehan ha poi aggiunto che le ultime mosse del governo cinese renderebbero difficile far sì che vi sia complementarietà tra le economie dei due Paesi. I produttori australiani hanno affermato che si rivolgeranno all’Organizzazione mondiale del commercio (WTO), come già fatto a partire dal 16 dicembre scorso dal settore dell’orzo australiano, che ha avuto un’esperienza simile con la Cina.

Prima dell’imposizione dei dazi, la Cina è stato il primo Paese al mondo per importazioni di vino australiano. Nel 2019, ad esempio, gli acquisti cinesi nel settore vinicolo australiano avevano totalizzato un valore di un miliardo di dollari, rappresentando il 40% delle spedizioni totali. Già i dazi imposti lo scorso 27 novembre avevano, però, di fatto bloccato le esportazioni vinicole australiane in Cina.

Nel 2020, le relazioni tra la Cina e l’Australia sono state contrassegnate da tensioni commerciali, alle quali se ne sono successivamente aggiunte altre a livello politico internazionale.  

Il primo episodio degli attriti commerciali sino-australiani risale allo scorso 13 febbraio 2020, quando la Commissione anti-dumping australiana aveva valutato una possibile proroga dei dazi anti-dumping su prodotti cinesi di estrusione da alluminio e aveva avviato indagini sulle vendite di tali prodotti, giungendo alla decisione finale di prorogare i dazi su lavelli cinesi in acciaio inox, il 28 febbraio. A tale episodio sono seguite una serie di altre investigazioni dello stesso tipo su prodotti provenienti dalla Cina che si sono concluse con il mantenimento di dazi su più beni cinesi. Da parte sua, dall’11 maggio scorso, la Cina aveva quindi bloccato le importazioni di carne da quattro grandi mattatoi australiani per problemi di etichettatura, provocando un notevole danno al settore, considerando che il primo mercato estero per le carni bovine australiane, è proprio la Cina, che ne richiede il 30 % del totale. Da allora, Pechino ha bloccato importazioni o scoraggiato l’acquisto di più prodotti australiani come cereali, carbone termico, coke, cotone, legname, alcolici e crostacei.

Parallelamente, a livello politico, il 21 aprile 2020, il primo ministro australiano, Scott Morrison, aveva richiesto un’indagine indipendente sulle origini della pandemia di coronavirus all’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), insieme ad altri leader mondiali, provocando lo scontento della Cina. Oltre a questo, Canberra aveva sospeso l’accordo di estradizione con Hong Kong e aveva esteso i visti per circa 10.000 abitanti della città che si trovano già in Australia, a causa della nuova legge per la sicurezza nazionale imposta da Pechino sull’isola il 30 giugno 2020. Infine, l’Australia aveva deciso di unirsi agli Stati Uniti nella denuncia contro le rivendicazioni cinesi nel Mar Cinese Meridionale, sostenendo che la sovranità dichiarata dalla Cina sulla base della linea dai nove tratti non avesse valore legale, lo scorso 24 luglio.

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

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