Libia: arrestati due individui coinvolti nell’uccisione del comandante filo-Haftar

Pubblicato il 29 marzo 2021 alle 6:00 in Africa Libia

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In un quadro caratterizzato da un inasprimento delle misure di sicurezza a Bengasi, le autorità libiche hanno riferito, il 27 marzo, di aver arrestato due individui presumibilmente coinvolti nell’uccisione di Mahmoud al-Werfalli, leader di una milizia affiliata al generale dell’Esercito Nazionale Libico (LNA), Khalifa Haftar, e ricercato dalla Corte Penale Internazionale (ICC). Nel frattempo, la sicurezza a Bengasi continua a essere precaria.

L’uccisione di al-Werfalli risale al 24 marzo, giorno in cui l’uomo è stato sparato da uomini armati non identificati mentre viaggiava con il cugino, a bordo della sua auto, nei pressi della Al-Arab Medical University di Bengasi. La morte è stata confermata dalla milizia guidata da al-Werfalli, Sa’iqa, e, nello specifico, dal suo portavoce Milad al-Zewi, che ha definito il comandante un “simbolo” del gruppo armato.

Il 27 marzo, il capo della procura di Bengasi, il colonnello Ali Madi, anch’egli legato al generale Haftar, ha riferito di aver individuato due individui sospettati dell’uccisione, Mohamad Abdeljalil Saad e Hanine al-Abdaly. Quest’ultima è la figlia di un’avvocatessa e attivista per i diritti umani, Hanan al-Barassi, morta il 10 novembre 2020 a Bengasi. Al-Barassi è stata uccisa a colpi di arma da fuoco, in pieno giorno, dopo aver denunciato apertamente casi di corruzione tra diverse personalità affiliate ai gruppi armati nell’Est della Libia. Prima di essere uccisa, l’attivista 46enne aveva ricevuto minacce di morte, giunte anche a carico della figlia. Stando a quanto riferito dalle autorità militari di Bengasi, al-Abdaly è stata arrestata mentre “minacciava un concittadino con una pistola”, come mostrato anche da un filmato, e possedere un’arma di tal tipo è considerato un crimine.

Nel frattempo, nella medesima giornata del 27 marzo, il capo della sicurezza di Bengasi, il generale Abdelbasit Bougheress, ha dichiarato che, sulla base di istruzioni del generale Haftar, tutti i negozi dovranno installare telecamere di videosorveglianza entro il 30 marzo, mentre alle auto con vetri oscurati e ai veicoli privi di targa verrà fatto divieto di entrare nella città. Si tratta di alcune delle misure messe in atto per far fronte ad una ondata di violenza.

Nonostante l’interruzione delle battaglie presso i fronti di combattimento libici, Bengasi continua a essere teatro di arresti forzati, condotti da uomini armati mascherati, i quali portano i detenuti in luoghi sconosciuti. In generale, la sicurezza dell’Est libico, tuttora controllato dai gruppi fedeli ad Haftar, è precaria, alla luce delle perduranti operazioni di vendetta o “regolamento di conti” tra le bande libiche locali. Sebbene le autorità della Libia orientale abbiano più volte riferito di aver condotto indagini su uccisioni “illegali”, i responsabili di tali crimini, a cui si fa riferimento con “uomini armati non identificati”, non sono ancora stati portati davanti alla giustizia.

In tale quadro si inserisce il ritrovamento di 11 cadaveri non identificati, rinvenuti nella sera del 18 marzo all’ingresso Sud della città orientale, nei pressi di un cementificio. Poi, all’alba del 26 marzo, un bambino di 3 anni è stato ucciso a seguito di un attacco perpetrato da un gruppo armato, presumibilmente affiliato all’LNA, contro il villaggio al-Fadil, nell’Ovest di Bengasi. La madre incinta, il fratello e la sorella minore della vittima sono stati feriti. Gli attentatori hanno aperto il fuoco contro due famiglie mentre queste dormivano, e sono fuggiti immediatamente dopo aver commesso il crimine a bordo di veicoli con vetri oscurati. La madre del bambino morto, secondo il nonno della vittima, era una sfollata interna, fuggita da Bengasi nel corso del conflitto libico, ed era ritornata nella città per far visita ai suoi parenti, alla luce della recente de-escalation. Per il nonno intervistato, quanto accaduto il 26 marzo è stata una “esecuzione di massa”.

Circa al-Werfalli, questo, dal 2017 era ricercato dalla Corte Penale Internazionale ed era stato accusato di aver ordinato ed eseguito 33 esecuzioni in sei occasioni diverse, nella regione circostante alla città di Bengasi. Secondo il coordinatore del gruppo di lavoro internazionale per la Libia, Mahmoud Rifaat, dietro l’uccisione di al-Werfalli potrebbe esservi lo stesso Haftar. Tale ipotesi deriva dal fatto che, prima di morire, al-Werfalli aveva comunicato di voler arrendersi all’ICC, in quanto si sentiva minacciato. Così, il gruppo internazionale aveva iniziato a preparare la sua fuga dalla Libia, che sarebbe dovuta avvenire passando per il confine con la Tunisia, per poi dirigersi nei Paesi Bassi e comparire davanti alla Corte penale internazionale. Il tutto è stato, però, impedito dalla sua uccisione. 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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