La Turchia e il Corno d’Africa: strategie di penetrazione

Pubblicato il 29 marzo 2021 alle 6:37 in Africa Turchia

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Nell’ultimo decennio, la Turchia è passata dall’essere una presenza periferica nel Corno d’Africa ad uno dei partner di maggiore importanza della regione. Un esempio visibile sono gli skyline di Gibuti e Mogadiscio, due città portuali della costa africana orientale, oggi adornati dai minareti e dalle cupole di due grandi moschee realizzate dai turchi in stile ottomano. Completate nell’ultimo decennio, entrambe le costruzioni segnalano l’interesse di Ankara nel coltivare relazioni con i Paesi del Corno e nel garantirsi una certa visibilità. “La Turchia si distingue dai partner europei, cinesi e americani per l’identità religiosa condivisa con gli Stati della regione”, ha messo in luce Ann Fitz-Gerald, direttrice della Balsillie School of International Affairs e analista di sicurezza per l’Africa orientale. Questo terreno comune consente alla Turchia di costruire alleanze strategiche, avvalorate dalla sua reputazione di membro storico della NATO e partner economico di fiducia.

A Gibuti, la moschea Abdulhamid Han II, che può contenere fino a 6.000 persone, è la più grande del Paese. Il progetto è nato durante una visita, nel 2015, del presidente Recep Tayyip Erdogan, in occasione della quale il capo di Stato gibutiano, Ismail Omar Gulleh, aveva rivelato all’omologo turco che gli sarebbe piaciuto vedere una moschea ottomana nella sua capitale. Nel dicembre 2017, Gulleh si era recato in Turchia e, da quel momento, le relazioni tra i due Paesi si sono consolidate. Nel 2019, l’opera è stata completata e il luogo aperto al pubblico. La compagnia aerea turca Turkish Airlines gestisce voli diretti tra i due Paesi e la TIKA, l’agenzia umanitaria di Ankara, ha stabilito uffici e messo in atto progetti su tutto il territorio della nazione africana. Nel 2018, la Turchia ha accettato di finanziare e costruire una diga denominata “Ambouli Friendship Dam”, nel Sud del Gibuti. L’ambasciatore della Turchia nel Paese ha affermato che, se da un lato il progetto della moschea è stato “socialmente e architettonicamente importante”, quello della diga ha avuto un impatto tangibile nella gestione dell’acqua in una parte del territorio soggetta a inondazioni. Dal canto suo, l’ambasciatore del Gibuti in Turchia ha riferito al quotidiano Daily Sabah, in un’intervista del marzo 2019, che il suo Paese vuole dare spazio ad Ankara nella regione perché la vede come un “partner strategico”.

Anche in Somalia, la presenza della Turchia è diventata più visibile dopo una visita di alto profilo del presidente Erdogan a Mogadiscio, nel 2011, un tour che lo ha reso il primo leader non africano a visitare il Paese in vent’anni. Cinque anni dopo, la Turchia ha aperto la sua più grande ambasciata d’oltremare nella capitale somala e ha iniziato a cooperare con le autorità in una varietà di settori, dalla sanità, alle infrastrutture, all’istruzione, alla sicurezza. Le relazioni tra Ankara e Mogadiscio si sono concentrate inizialmente sulle sfide umanitarie, secondo quanto affermato da Abdinor Dahir, ricercatore presso il TRT World Research Center. “Tra il 2011 e il 2013, la Somalia era in preda alla carestia e il rapporto si è concentrato su questioni umanitarie”, ha riferito Dahir al quotidiano The New Arab. “Successivamente, le relazioni sono diventate più complete e si sono espanse nell’ambito dell’assistenza allo sviluppo e dello State-building”, ha aggiunto. L’assistenza di Ankara coinvolge ogni aspetto, dalla formazione dei Ministeri all’addestramento dei cadetti nella base TURKSOM. Sebbene la cooperazione in materia di sicurezza sia alla base delle relazioni bilaterali, le imprese di costruzione turche hanno svolto un ruolo altrettanto significativo, completando progetti critici nel Paese, inclusa la costruzione del nuovo parlamento della Somalia. “Dieci anni di costruzione di relazioni basate sulla fiducia con la Somalia hanno consentito investimenti infrastrutturali e commerciali che hanno aggiunto un elemento tangibile alla sua diplomazia di soft power”, ha riferito Fitz-Gerald al The New Arab.

Un nodo critico, tuttavia, è quello della sicurezza dei turchi che operano e vivono in Somalia, dove è attiva l’organizzazione terroristica di al-Shabaab. Alla fine del 2019, un attacco con autobomba ha ucciso 79 cittadini somali e ferito ingegneri turchi che lavoravano sulla strada. Si ritiene che questi ultimi fossero il vero obiettivo dell’offensiva. Nell’estate del 2020, poi, al-Shabaab ha compiuto un attentato contro la base turca di Mogadiscio. La situazione della sicurezza in Somalia preoccupa anche i due vicini Kenya ed Etiopia, che hanno investito molto nella lotta contro al-Shabaab e desiderano che la Turchia continui la sua cooperazione militare con Mogadiscio aiutando l’esercito nazionale somalo a difendersi da questa minaccia terroristica tuttora in corso. All’inizio di quest’anno, l’esercito del Kenya ha ordinato 118 veicoli da trasporto a quattro ruote motrici Hizir dal produttore turco Katmerciler. L’acquisto, destinato ad aiutare nella lotta keniota contro al-Shabaab, ha introdotto veicoli blindati turchi nel mercato africano. “La Turchia è uno dei Paesi più influenti del Corno d’Africa”, ha affermato Peter Kagwanja, membro dell’Africa Policy Institute con sede a Nairobi. “Per costruire nuovi impegni, dobbiamo creare ampie strutture, proiettare il potere regionale e ancorarlo a partenariati sostenibili con la Turchia”, ha aggiunto. 

Anche l’Etiopia, uno dei più grandi mercati africani e una delle economie in più rapida crescita del continente, è un importante obiettivo della diplomazia e degli investimenti turchi. A febbraio, il ministro degli Esteri etiope, Demeke Mekonnen, ha visitato Ankara per inaugurare il nuovo edificio dell’ambasciata etiope nella capitale. Intervenendo durante la cerimonia, l’omologo turco Mevlut Cavusoglu ha raccontato i legami storici tra i due Paesi, risalenti al 1896, e ha delineato al contempo il presente e il futuro dei legami bilaterali. La Turchia oggi è il secondo più grande investitore straniero in Etiopia dopo la Cina, secondo l’Ethiopian Investment Commission, e ha quasi 200 aziende che impiegano 20.000 persone.

Ankara si è ritagliata un “ruolo di nicchia” nel Corno d’Africa attraverso la sua proiezione di soft power, sviluppo economico e impegno per la sicurezza, ha affermato Anne Fitz-Gerald. In particolare, la diplomazia e gli investimenti della Turchia nella regione l’hanno trasformata da attore con una presenza modesta a Paese con cui tutti vogliono migliorare i rapporti.

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Chiara Gentili

di Redazione

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