Embargo a Cuba: dalla risoluzione delle Nazioni Unite alle proteste

Pubblicato il 29 marzo 2021 alle 20:27 in Cuba USA e Canada

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Il 29 marzo, centinaia di cubani hanno manifestato all’Avana con una sfilata di auto, moto e biciclette per chiedere agli Stati Uniti di revocare l’embargo contro l’isola, in vigore da oltre 60 anni. 

La protesta del 29 marzo ha avuto luogo nella capitale dell’isola, ma anche in altre 50 città in tutto il mondo, compresi gli Stati Uniti. Le manifestazioni erano state pensate per chiedere all’amministrazione dell’attuale presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, di eliminare l’embargo contro Cuba. “Chiediamo la fine del blocco”, ha dichiarato il 29 marzo il ministro degli Esteri dell’Avana, Bruno Rodriguez, il funzionario di più alto rango presente alla protesta e membro del Politburo del Partito Comunista. “L’inasprimento opportunistico del blocco durante il governo Trump, nel bel mezzo della pandemia COVID-19, lo rende ancora più genocida”, ha aggiunto. 

In tale contesto, il 23 marzo, il Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite ha approvato, con 30 voti a favore, 15 contro e 2 astenuti, una risoluzione riguardante “l’impatto negativo delle misure coercitive unilaterali sul godimento dei diritti umani” presentata dall’Azerbaigian, insieme a Cina e Territori Palestinesi. L’Italia è uno dei 15 Paesi che ha votato contro la misura, insieme a: Austria, Brasile, Bulgaria, Corea del Sud, Danimarca, Francia, Germania, Giappone, Isole Marshall, Paesi Bassi, Polonia, Regno Unito, Repubblica Ceca, Ucraina. La posizione di Roma in seno alle Nazioni Unite ha generato scandalo in Italia, considerato il supporto dei medici cubani al Paese, durante la prima ondata di infezioni da nuovo coronavirus del 2020. 

Tuttavia, la risoluzione in questione non cita direttamente Cuba e l’embargo. Il documento “esorta vivamente tutti gli Stati ad astenersi dall’imporre misure coercitive unilaterali, sollecita inoltre la rimozione di tali misure, in quanto contrarie alla Carta e alle norme e principi che regolano le relazioni pacifiche tra gli Stati a tutti i livelli, e ricorda che tali mentre le misure impediscono la piena realizzazione dello sviluppo economico e sociale delle nazioni influendo anche sulla piena realizzazione dei diritti umani”. La risoluzione approfondisce le conseguenze drammatiche che tali misure, come l’embargo, creano sulla popolazione e sottolinea, inoltre, che queste colpiscono spesso le frange più deboli della società. 

In tale contesto, è necessario ricordare che negli ultimi 4 anni, l’amministrazione dell’ex presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha inasprito l’embargo contro Cuba, citando preoccupazioni per la mancanza di democrazia e il sostegno dell’Avana al governo socialista venezuelano. Oltre ad aver abrogato una serie di norme che consentivano agli statunitensi di viaggiare a Cuba per turismo e ad aver limitato le rimesse degli emigrati, colpendo così le due principali fonti di reddito dell’isola, Trump ha attivato il titolo III della legge Helms-Burton, che riconosce la giurisdizione dei tribunali USA nelle cause contro società di Paesi terzi (canadesi ed europee principalmente) che utilizzano terreni o proprietà espropriate dopo il trionfo rivoluzione castrista nel 1959.

Inoltre, nove giorni prima che Trump lasciasse la Casa Bianca, l’11 gennaio, l’allora segretario di Stato, Mike Pompeo, aveva annunciato che gli Stati Uniti avevano designato Cuba come “Stato sponsor del terrorismo”. Secondo quanto aveva affermato Pompeo, L’Avana aveva fornito “ripetutamente sostegno ad atti di terrorismo internazionale garantendo un porto sicuro per i terroristi”. Cuba era entrata nella lista nera di Washington, che comprende anche Siria, Iran e Corea del Nord, nel 1982. Tuttavia, il 29 maggio 2015, l’amministrazione del presidente Barak Obama aveva rimosso il Paese caraibico da tale lista. La mossa di Trump ha segnato il totale capovolgimento degli sforzi dell’amministrazione democratica per ricostruire i legami con l’isola, considerata una storica nemica sin dai tempi della Guerra Fredda. 

L’attuale presidente degli USA ha promesso durante la sua campagna presidenziale del 2020 che avrebbe cambiato la politica statunitense verso l’isola, affermando che le politiche di Trump avevano “inflitto danni al popolo cubano” e non avevano fatto “nulla per promuovere la democrazia e i diritti umani”. Al momento, l’amministrazione Biden afferma che la revisione dell’approccio verso L’Avana è in corso, ma la Casa Bianca non ha indicato quando agirà o cosa farà. Inoltre, non è chiaro se il presidente abbia o meno intenzione di proseguire con la storica distensione tra Cuba e Stati Uniti che era stata avviata da Obama. 

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Maria Grazia Rutigliano 

di Redazione

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