Israele: i risultati finali confermano lo stallo

Pubblicato il 26 marzo 2021 alle 11:13 in Israele Medio Oriente

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Le ultime elezioni israeliane, le quarte in due anni, si sono concluse con un nuovo stallo politico, dal momento che né il primo ministro, Benjamin Netanyahu, né i suoi oppositori hanno ottenuto un numero di voti tali da raggiungere la maggioranza parlamentare. I risultati finali, rilasciati giovedì 25 marzo dall’autorità elettorale di Tel Aviv, fanno prevedere settimane o addirittura mesi di intensi negoziati che, a detta di molti analisti, potrebbero fallire e provocare una nuova chiamata alle urne a fine estate.

Il conteggio dei voti, sebbene definitivo, non è ancora ufficiale perchè deve essere presentato formalmente al presidente del Paese, Reuven Rivlin. Ciò avverrà mercoledì prossimo, secondo un portavoce del comitato elettorale centrale. I risultati delle elezioni del 23 marzo, che hanno confermato le precedenti proiezioni, hanno conferito all’alleanza di Netanyahu, formata da partiti di destra e partiti religiosi, 52 seggi, 9 in meno rispetto a quelli necessari per ottenere la maggioranza assoluta. Un’opposizione eterogenea costituita da partiti di centro, di sinistra, di destra e arabi ne ha guadagnati invece 57. Due partiti non allineati, ovvero il partito arabo islamista Raam, guidato da Mansour Abbas, e il partito di destra Yamina, guidato dall’ex alleato di Netanyahu Naftali Bennett, hanno vinto rispettivamente 4 e 7 seggi e saranno al centro dei tentativi del premier e del leader dell’opposizione, Yair Lapid, di formare una coalizione. L’affluenza alle urne è stata del 67,4%, la più bassa dal 2009. In totale, 13 partiti, che rappresentano una varietà di fazioni ultra-ortodosse, arabe, laiche, nazionaliste e liberali, hanno ricevuto voti sufficienti per entrare nella Knesset, il numero più alto dalle elezioni del 2003.

Giovedì 25 marzo, il capo del Partito sionista religioso, Bezalel Smotrich, ha affermato che “non ci sarà un governo di destra con il sostegno di Abbas”, chiudendo di fatto la porta a una possibile unione tra i partiti israeliani islamici e gli ebrei religiosi. Gideon Saar, un disertore del Likud di Netanyahu e ora a capo di un partito, Nuova Speranza, che ha ottenuto 6 seggi e si è impegnato a rimuoverlo, ha dichiarato: “È chiaro che l’attuale premier non ha la maggioranza per formare un governo sotto la sua guida. Occorre agire ora per realizzare la possibilità di formare un governo per il cambiamento”. Il Likud, che ha vinto il maggior numero di seggi (30), ha risposto alle provocazioni affermando che un blocco senza di lui sarebbe “antidemocratico” e paragonando gli oppositori di Netanyahu alla leadership religiosa dell’Iran, acerrimo nemico di Israele, che controlla i candidati alle alte cariche.

Yohanan Plesner, presidente dell’Israel Democracy Institute, ha descritto la situazione di stallo come la “peggiore crisi politica israeliana degli ultimi decenni”. “È evidente che il nostro sistema politico trova molto difficile produrre un risultato decisivo”, ha detto Plesner, aggiungendo che le debolezze intrinseche del sistema elettorale israeliano sono aggravate dal “fattore Netanyahu”, ovvero “un primo ministro popolare che lotta per rimanere al potere mentre è sotto accusa”. “Gli israeliani sono divisi a metà su questa questione”, ha chiarito l’esperto. Netanyahu è coinvolto in un triplice processo giudiziario con accuse di frode, corruzione e abuso di potere. Il premier nega di essere responsabile di simili violazioni e sostiene di essere vittima di una caccia alle streghe da parte delle forze dell’ordine e dei media. Molti degli oppositori di Netanyahu hanno iniziato a discutere di avanzare un disegno di legge per impedire ad un politico sotto accusa di essere incaricato di formare un governo. Un disegno di legge simile era stato presentato dopo le elezioni del marzo 2020, ma non è mai stato approvato. 

Rivlin è ora al centro della scena. Il presidente si dovrà consultare con ciascuno dei 13 partiti eletti in Parlamento prima di chiedere formalmente a un leader politico di provare a formare una coalizione di maggioranza, un invito che sarà probabilmente rivolto entro 10 giorni. I presidenti israeliani hanno generalmente offerto questo incarico al capo del partito che ha ottenuto più voti, in questo caso Netanyahu. Tuttavia, Rivlin è nella facoltà di offrirlo a qualsiasi legislatore ritenga sia maggiormente in grado di formare una coalizione, che in questo caso potrebbe essere Lapid, leader del partito di centro Yesh Atid. Chi riceve l’invito dovrà lottare per formare una coalizione. Se Netanyahu dovesse persuadere Raam a unirsi alla sua coalizione, potrebbe perdere il sostegno di un’alleanza di estrema destra del suo blocco, ovvero il Sionismo religioso. Allo stesso modo, Lapid dovrà faticare per fare in modo che due partiti di destra all’interno della sua alleanza siedano non solo con Raam, ma anche con un altro gruppo arabo denominato Joint List. In più, anche se uno dei due leader riuscisse in qualche modo a formare una coalizione, questa sarebbe così fragile e ideologicamente diversa che potrebbe non essere in grado di governare più di qualche mese. 

Lo stallo prolunga una crisi politica di due anni che ha lasciato gli israeliani senza un governo stabile nel bel mezzo della pandemia. L’ultima tornata elettorale, la terza in un anno, si era svolta il 2 marzo 2020, ma si era rivelata inconcludente. In particolare, in tale occasione, Likud aveva ottenuto 36 seggi e, unendosi con la sua alleanza di destra, aveva raggiunto quota 58 seggi, un numero inferiore ai 61 richiesti per avere la possibilità di formare il nuovo esecutivo. Pertanto, la missione era stata affidata a Gantz, il 16 marzo, dopo essersi guadagnato la fiducia della maggioranza necessaria per provare a formare un governo. 

Successivamente, il 20 aprile 2020, Netanyahu e Gantz avevano riferito di aver raggiunto un accordo volto alla formazione di un governo di emergenza di unità nazionale, con il fine ultimo di porre fine alla perdurante fase di stallo politico e far fronte alla crescente emergenza scaturita dalla pandemia di Covid-19. Ciò si era verificato dopo che il presidente israeliano, Reuven Rivlin, il 16 aprile, aveva riferito che il compito di formare un nuovo governo per Israele sarebbe passato alla Knesset, visto il mancato accordo tra i due leader designati nel corso delle perduranti negoziazioni. Il governo israeliano di unità nazionale aveva poi ricevuto l’approvazione della Knesset il 17 maggio. Secondo quanto concordato, Gantz e Netanyahu avrebbero dovuto alternarsi alla presidenza del governo ogni 18 mesi, per un totale di tre anni. Tuttavia, l’alleanza ha più volte mostrato segnali di cedimento, mentre il premier Netanyahu ha dovuto far fronte alla crescente rabbia della popolazione israeliana. 

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Chiara Gentili

 

di Redazione

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