Somalia: attacco contro il compound dell’ONU a Mogadiscio

Pubblicato il 25 marzo 2021 alle 15:05 in Africa Somalia

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Almeno 3 civili sono stati uccisi e 5 sono rimasti feriti dopo che una raffica di colpi di mortaio ha preso di mira il quartier generale delle Nazioni Unite e le forze della missione di peace-keeping dell’Unione Africana in Somalia (AMISOM), a Mogadiscio. Abdi Yusuf, un agente di polizia del quartiere Dharkinley, nella capitale, ha riferito, giovedì 25 marzo, all’agenzia di stampa turca Anadolu, che l’attacco è stato lanciato contro una zona residenziale vicino all’aeroporto internazionale Adan Adde. I media locali hanno specificato che un uomo e un bambino sono rimasti uccisi.

L’offensiva è stata rivendicata dal gruppo terroristico somalo di al-Shabaab. Secondo Al-Jazeera, l’attacco sarebbe stato diretto contro il complesso delle Nazioni Unite, noto come Camp Halane, che ospita diverse missioni diplomatiche occidentali, comprese quelle del Regno Unito e degli Stati Uniti. Fonti intervistate da Anadolu, in condizione di anonimato, hanno confermato che diversi colpi di mortaio sono atterrati anche dentro e intorno all’aeroporto, dove si trova il compound dell’ONU. I leader somali si stanno attualmente incontrando nello stesso complesso per porre fine a uno stallo politico ed elettorale che dura ormai da mesi.

Il 23 marzo, il Segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha ribadito la sua preoccupazione per la perdurante impasse politica in Somalia, dove, nonostante diversi cicli di consultazioni tra gli attori interessati, ancora nessun progresso è stato fatto verso l’organizzazione di elezioni. “Il prolungato stallo comporta rischi significativi per la stabilità del Paese e il benessere del popolo somalo, che sta già affrontando una terribile situazione umanitaria e precarie condizioni di sicurezza”, ha detto Guterres in una delle sue ultime dichiarazioni. 

Già il 10 febbraio, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite aveva invitato il governo federale e gli Stati regionali della Somalia a mettersi d’accordo per giungere alla firma di un accordo che permettesse lo svolgimento delle elezioni nazionali il prima possibile. Il voto si sarebbe dovuto tenere l’8 febbraio, giorno in cui è scaduto il mandato costituzionale dell’attuale presidente, Mohamed Abdullahi Mohamed. Secondo il rappresentante speciale delle Nazioni Unite, James Swan, il ritardo sta provocando “una situazione politica imprevedibile in un Paese in cui certamente non abbiamo bisogno ancora di altro”.

L’ONU aveva accolto favorevolmente gli sforzi dei leader somali nel trovare un’armonia sull’attuazione dell’accordo del 17 settembre, in base al quale erano state stabilite nuove tempistiche per il voto. Tuttavia, la mancanza di risultati effettivi dopo gli ultimi colloqui tra le parti ha scoraggiato la comunità internazionale. Il presidente somalo, che cerca di ottenere un secondo mandato quadriennale, ha dato la colpa a “interventi stranieri” per il fallimento dei colloqui e ha accusato gli stati del Puntland e del Jubbaland di rifiutare di sostenere l’accordo di settembre. 

Elezioni parlamentari e presidenziali indirette in Somalia si sarebbero dovute tenere tra la fine del 2020 e l’inizio del 2021. Da allora, il processo politico si è bloccato poiché i leader del Paese divergono su come procedere con il voto. Guterres ha esortato il governo federale e tutti gli Stati regionali della Somalia a risolvere le loro divergenze sul processo elettorale e a raggiungere un consenso sulla via da seguire.

L’incertezza sulle elezioni rischia di essere sfruttata dal gruppo islamista somalo di al-Shabaab per provocare ulteriore caos nel Paese. I suoi membri hanno minacciato di attaccare le urne. L’offensiva del 25 marzo segna la seconda volta che il compound delle Nazioni Unite viene preso di mira in meno di una settimana. Un altro attentato, lanciato il 19 marzo, si era concluso senza vittime. 

I militanti di al-Shabaab, il cui nome in arabo significa “la gioventù”, sono stati cacciati da Mogadiscio nel 2011 ma, nonostante la presenza dell’AMISOM, un esercito dell’Unione Africana composto da circa 20.000 uomini, e nonostante l’aumento di attacchi aerei da parte degli Stati Uniti, i jihadisti si sono dimostrati incredibilmente resistenti. In seguito a un primo ritiro nel 1994, le truppe americane sono tornate a operare in Somalia nel gennaio 2007. I soldati USA, operativi nell’ambito del commando AFRICOM, erano stati impiegati nel Paese per aiutare l’esercito locale a combattere contro la minaccia di al-Shabaab. Tuttavia, il 4 dicembre l’ex presidente americano, Donald Trump, ha deciso di ritirare i 700 soldati statunitensi impegnati in Somalia, nel quadro del più ampio progetto volto a ritirare Washington da quelle che l’amministrazione precedente ha definito “le guerre infinite”. Alcuni politici somali temono che il ritiro degli USA possa indebolire l’esercito locale e far guadagnare terreno ai militanti islamisti somali.

Nel Country Report on Terrorism del 2019, rilasciato dal governo USA, l’Africa orientale è stata indicata come un porto sicuro per al-Shabaab, che ha il controllo de facto su ampie porzioni del territorio della Somalia centro-meridionale, dove riscuote anche tributi e ha assoggettato i governanti locali. Stando al report del 2019, da tali luoghi, i terroristi organizzano, pianificano e conducono attentati, agendo indisturbati, anche ai danni del confinante Kenya. Secondo il documento, nel 2019, gli attacchi di al-Shabaab sono aumentati e si stanno focalizzando su obiettivi governativi, cercando di uccidere membri e leader delle istituzioni, per minarne la credibilità e l’efficacia. Nel febbraio del 2017, il presidente somalo ha dichiarato lo stato di guerra contro il gruppo terroristico.

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Chiara Gentili

di Redazione

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